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L’Eredità di Atlantide Noi in Occidente, com’è ovvio, pensiamo alla mappa del mondo dal nostro punto di vista, con l’oceano Atlantico nel mezzo, come nelle cartine dei nostri anni di scuola, diviso dall’altro grande oceano, il Pacifico, dal continente americano. Visto invece dall’Antartide, il mondo ha un unico e grande oceano, il «vero oceano», proprio come scriveva Platone. Rand restò a tal punto entusiasmato dalla scoperta che scrisse in merito un documento intitolato «Atlantide del vero oceano» e lo fece autenticare da un notaio. Il capoverso iniziale contiene un commento: «Visto nella prospettiva di un satellite, la Terra ha un unico vero oceano, con l’Antartide al suo centro… Il gesuita descriveva l’ubicazione dell’Atlantide da Atlantide». Per Rand, l’Atlantide divenne un’occasione, tanto che adesso si chiede come mai Rose riuscisse a sopportarlo. E commenta «Ero un fanatico, uno che, secondo la definizione di Winston Churchill, non riesce a cambiare idea e a cambiare argomento». La sua identificazione di Atlantide con L’Antartide urtava ancora contro un grosso ostacolo: in ogni enciclopedia che consultasse, si diceva che l’Antartide era stata sotto i ghiacci per milioni di anni. Al pari di Hapgood prima di lui, Rand si concentrò sul problema di una catastrofe tale da distruggere dal giorno alla notte un intero continente. Nelle Leggi, Platone sosteneva che l’agricoltura era iniziata in zone elevate dopo che un diluvio catastrofico aveva devastato tutti i bassopiani. Rand rivelò che il botanico sovietico Nikolaj Ivanovich Vavilov (1887 – 1943) sosteneva che le piante selvatiche di tutto il mondo avevano tre centri di origine, tutti tra catene montuose, tra cui il lago Titicaca in mezzo alle Ande. Un altro di questi siti è in Thailandia, all’esatto opposto del lago Titicaca, all’altra estremità del mondo. Rand continuò a studiare i miti delle catastrofi di molte tribù americane indigene, gli ute, i kutenai, gli okanagan, gli a’a’tam, i cahto e i cherokee, nonché gli araucani del Perù, constatando che tutti conoscono leggende di un violento terremoto seguito da inondazioni. Molti di essi affermano che un cambiamento verificatosi nel disco solare lo fece apparire come se stesse fendendosi; c’erano anche decine di miti diluviali. A Rand cominciò a balenare l’idea che il loro stesso numero fosse indicativo di una catastrofe primordiale: «quando il cielo cadde». Tratto dal libro “gli eredi di Atlantide” di Colin Wilson da pag. 51 a pag. 53 Lord Rennell, che aceca trascorso molti anni in Egitto, era attratto da misteri del genere. Stava ancora meditando sul vetro del Deserto Libico quando, verso la fine degli anni Cinquanta, conobbe il dottor John R.V. Dolphin, in geniere capo dell’ente britannico dell’Energia atomica. Quando Rennell gli parlò del vetro, Dolphin replicò che aveva visto qualcosa di simile nel deserto australiano, e sapeva esattamente com’era stato creato: dallo scoppio di una bomba atomica. Dolphin diede a Rennell un esemplare del vetro proveniente dal sito del test nucleare, e Rennell a sua volta mostrò a Dolphin alcuni esemplari del Deserto Libico. Sembravano straordinariamente simili. Come il vetro del deserto Libico, i campioni australiani di Dolphin in pratica non contenevano acqua, a causa dell’altissima temperatura alla quale erano stati formati. Secondo le stime di Dolphin, erano stati prodotti circa 6000 °C. C’erano tutti gli elementi per un mistero di prima categoria. Sherlock Holmes avrebbe ragionato in questo modo: frammenti di vetro si trovano in un area piuttosto ampia a anche in corridoi tra le rocce che corrono parallelamente verso est e verso ovest. E siccome il loro contenuto di silicio è uguale a quello della sabbia del deserto, sappiamo che si tratta di tectiti. Non ci resta che l’idea dell’impatto di una meteorite, e dall’altra parte non c’è nessun cratere. La fabbricazione di vetro colorato era una delle aspirazioni degli alchimisti, e sappiamo che l’alchimia è praticata sia nell’Egitto greco-romano, sia nell’India e nella Cina antiche. Potrebbe trattarsi di vetro alchemico? Dal momento che il vetro mostra segni di essere stato maneggiato da esseri umani, l’unica spiegazione possibile è che si tratti di residui o dei sottoprodotti di un processo industriale. Ma se Dolphin era nel vero a proposito della temperatura alla quale il vetro si era formato, dobbiamo concludere che gli antichi egizi – o altri uomini viventi nella zona – erano in possesso di qualcosa di simile all’energia atomica. A questo punto Watson avrebbe chiesto a Holmes se per caso non si sentisse febbricitante, ma quella conclusione apparente assurda fu tuttavia avanzata da Dolphin e presa sul serio da lord Rennell. Dopo un attento studio del vetro del Deserto Libico, Dolphin ipotizzò che, se gli antichi fenici avevano lavorato con temperature a 6000 °C, poteva darsi che conoscessero il segreto dell’energia atomica, e proseguì dicendo che il vetro del deserto poteva essersi formato quando l’energia atomica era sfuggita, per così dire di mano, provocando un’esplosione. Se lord Rennell prese tanto sul serio il mistero fu per un altro motivo: lui stesso era in possesso di una collana dell’antico Egitto fatta in pratica di oro puro. È però impossibile produrre oro puro mediante un processo metallurgico normale, a causa delle difficoltà di rimuovere varie impurità presenti nel minerale. Oggi, lo si può fare con il ricorso a un processo chimico che era ignoto al mondo antico, sebbene un altro metodo consista nel riscaldamento dell’oro fino a farlo vaporizzare, come un liquore in un alambicco, per poi lasciare che si raffreddi, liberando si nelle impurità: ma anche questi richiede una temperatura altissima. Se gli antichi lavoravano davvero con qualche forma di energia atomica, dovevano essere in grado di produrre la temperatura necessaria, ma devono anche necessitare di grandi quantità d’acqua, e lo stesso valeva per il vetro del Deserto Libico se questo fosse semplicemente il sottoprodotto di un processo industriale. Tratto da “Gli eredi di Atlantide” di Colin Wilson da pag.136 a 138 7 ANGELI CADUTI «E i loro volti splendevano come il sole, e i loro occhi erano come lampade accese. Fuoco usciva dalle loro labbra. Il loro abito aveva l’aspetto di piume: i loro piedi erano rossi, le loro ali più lucenti dell’oro; le loro mani più bianche della nave.» fu questa la visione che ebbe Enoch, bisnonno di Noè, quando fu svegliato una notte da due creature alte, splendenti, le quali lo portarono il volo in cielo, da dove, ci dice, «mi mostrarono un grandissimo mare, assai più vasto del mare interno dove io vivevo». Siccome Enoch viveva in qualche luogo del Medio Oriente, il mare interno in questione era probabilmente il Mediterraneo e il «mare molto più grande» può darsi fosse l’oceano Atlantico a il «vero oceano» di cui si parla nel racconto dell’Atlantide di Platone. Prima di partire con i due visitatori notturni, Enoch aveva comandato ai suoi figli di non tentare di rintracciarlo, ciò che induce a credere che la sua destinazione fosse sulla terra anziché in cielo. Venne trasportato in un luogo «pieno di luce senza alcuna tenebra», che era coperti di «neve e ghiaccio», e si trovava «alla fine della terra». Enoch visse secoli prima del diluvio, e questa è dunque una singolare descrizione della sede degli dei prima che fosse distrutta. Gli fu detto che aveva raggiunto «il cielo». Christian e Barbara O’Brien, che hanno studiato particolareggiatamente questo materiale, sono inclini a tradurre “cielo” con “terre alte” o “monti”. Non abbiamo bisogno di andare molto lontano per riconoscere un luogo assai concreto qui, sul nostro pianeta, che corrisponde a tale descrizione: un “luogo alto”, di giorni senza fine e di condizioni polari che giace alla fine della terra. L’Antartide è il più alto continente del pianeta, con un’altitudine media che è due volte quella dell’Asia che occupa il secondo posto. Possibile che il “cielo” che i due stranieri mostrarono a Enoch fosse un altro nome di Atlantide? Un altro nome di Atlantide? Tutti questi affascinanti particolari si trovano nel Libro di Enoch, nelle cui vivide pagine sono rivelati i metodi con cui gli antiche scienziati decisero di misurare e compiere rilevamenti sul loro pianeta. Facendolo, hanno lasciato una registrazione delle loro scoperte nell’ubicazione di sacri siti tutt’attorno al globo. Il libro di Enoch sarebbe andato perduto per sempre, non fosse stato per i vagabondaggi di uno dei più eccentrici personaggi del XVIII secolo, lo scozzese James Bruce che, nato nel 1730, dedicò dodici anni della sua vita a una misteriosa ricerca nel cuore allora sconosciuto nell’Africa, e una delle cose più interessanti che ne riportò fu un testo dimenticato, appunto il Libro di Enoch, considerato a tal punto sinistro e blasfemo che un cristiano avrebbe messo a repentaglio la propria anima anche solo leggendolo. Tratto dal libro “gli eredi di Atlantide” di Colin Wilson da pag. 206 a 207 Il Libro di Enoch comparve finalmente in inglese nel 1821, oltre un quarto di secolo dopo la morte di Bruce, tradotto da uno studioso ebreo, Richard Laurence. Adesso finalmente il mondo appariva pronto ad accoglierlo: era arrivata l’età del Romanticismo, con il suo interesse per fantasmi, demoni e sovrannaturale, e la storia di libidinosi angeli caduti arrivava un vasto pubblico. Possiamo dire che il Libro di Enoch prende spunto dal capitolo 6 della Genesi, in cui si racconta che i figli di Dio, gli angeli, si erano resi conto che le figlie degli uomini «erano belle e le presero per mogli. C’erano sull’altra terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono uomini dell’antichità, uomini famosi». Il Libro di Enoch è un’elaborazione di quella storia: vi si afferma che ai tempi di Jared, il padre di Enoch, duecento “angeli” ribelli, che sono chiamati i Guardiani, discesero sulla cima del monte Hermon, a oltre 3000 metri di altezza, preparandosi a scendere in pianura con l’intento di avere rapporti sessuali con le donne mortali. Stando a Enoch, a quanto sembra i Guardiani ribelli portarono donne mortali nei propri letti, ed esse partorirono “giganti” in pratica ingovernabili, al punto che cominciarono a “divorare” esseri umani, prendendo gusto al sangue. La maniera più semplice per ricavare un senso da questo passo consiste nell’ipotizzare che i rampolli dei Guardiani divennero violenti e bellicosi, proprio come gli abissini si tempi di Bruce, la cui violenza senza limiti lo aveva indotto a fuggire dal paese. Parrebbe anche che gli angeli ribelli avessero insegnato agli uomini l’arte di fabbricare armi fondendo metalli e che favorissero la licenziosità insegnando alle donne a portare ornamenti e a truccarsi, e come se non bastasse fornendo loro le arti della stregoneria e della magia rituale. Il quadro che ne risulta è quello di un’antica civiltà tribale, dove le donne si erano ormai abituate a partorire figlie pur facendo i lavori pesanti. I Guardiani spiegarono loro che la vita poteva riuscire più piacevole se vedevano nel sesso una semplice fonte di piacere, e avevano insegnato loro a liberarsi con l’aborto della conseguenza indesiderata della promiscuità. Può darsi che lettori moderni non disapprovino questa visione delle cose, persuasi che le donne di quei tempi probabilmente avessero bisogno di essere spronate alla liberazione, ed era infatti il punto di vista fatto proprio da romantici come Lord Byron e il suo amico Thomas More. Il dramma di Lord Byron Cielo e terra comparve lo stesso anno della traduzione del Libro di Enoch, e si basa appunto sul della Genesi in cui si racconta dei figli di Dio presero per mogli le figlie degli uomini, e si colclude con una spettacolosa rievocazione del Diluvio, e nelle note che lo accompagnano si legge che «il Libro di Enoch, conservato dagli Etiopi, da loro e ritenuto precedente il Diluvio». Nel 1823, More pubblicò un poema, Gli amori degli angeli, basato sullo stesso argomento. I Guardiani ribelli non erano semplicemente maestri di dissolutezza: uno insegnò astronomia, un altro astrologia, un terzo cognizione delle nubi, un altro ancora il modo con cui difendersi da incantesimi, e altri la conoscenza del sole, della luna e della terra. Nonostante questi loro intenti, Dio decise che dovevano essere puniti e inviò i suoi propri Guardiani, tra cui Gabriele, Raffaele e Uriele, per imporre la sua volontà: anche questi servi di Dio sono chiamati Guardiani, a indicare che non tutti i Guardiani sono spiriti ribelli. Questi vennero catturati e imprigionati. (Il Dio dell’Antico Testamento sembra altrettanto spietato di un qualsiasi tiranno umano.) stando ad Andrew Collins, il cui libro From the Ashes of Angels (Dalle ceneri degli angeli, 1996)è forse la migliore introduzione nell’argomento, il luogo dove furono imprigionati i Guardiani ribelli era vicino a quello in cui erano discesi, il monte Hermon. A questo punto, Dio decise di ripulire la terra con un grande diluvio, l’unico superstite del quale fu Noè. Prima, però, Enoch racconta qualcos’altro, e cioè che suo figlio Matusalemme aveva avuto un figlio chiamato Lamech, la cui moglie partorì un bambino, appunto Noè, il cui aspetto fu però uno shock per suo padre. Infatti la pelle del bambino lungi dall’essere dello stesso colore di quella di altri nativi del Medio Oriente, cioè scura, era bianca e rosata come quella ci certuni nati nei paesi settentrionali. Bianchi erano i suoi capelli e i suoi occhi così belli che sembravano emanare luce. Lamech si recò da Matusalemme e disse a suo padre: «Ho messo al mondo uno strano figlio, non simile agli esseri umani, ma piuttosto ai figli degli angeli…». Lamech sospettava che suo figlio fosse stato generato da uno dei Guardiani. Matusalemme, che non poteva rassicurarlo del contrario, partì alla ricerca di suo padre, Enoch, che si era ritirato in una remota terra (quella chiamata Paradiso in un frammento della stessa storia trovato tra i Rotoli del mar Morto). Ed Enoch disse a Matusalemme di tranquillizzare il figlio. Il neonato era davvero suo, e doveva avere nome Noè. Enoch aveva previsto in un sogno che il mondo sarebbe stato distrutto da un diluvio, ma che Noè e i suoi figli sarebbero stati «salvati dalla corruzione» che avrebbe inghiottito la terra. (Risulta evidentemente che questi eventi hanno luogo prima dell’arrivo sulla terra dei Guardiani ribelli.) Sembrava che Dio avesse scelto Noè quale progenitore di una nuova razza umana. Tuttavia, non si può evitare un certo sospetto, e cioè che Enoch non avesse detto l’intera verità a Matusalemme, eche nella composizione della futura razza ci sarebbe stata traccia degli angeli caduti… Il Libro di Enoch che Bruce portò dall’Abissina non era l’unica versione, e infatti vennero trovati molti successivi frammenti, persino in greco e in latino, e un altro in paleoslavo conteneva interessanti aggiunte. Va tenuto presente che il Libro di Enoch fu messo per iscritto solo verso il 200 a.C., quasi certamente da un membro della comunità degli esseni del Qumran sul mar Morto, ma la tradizione orale era molto più antica. La versione slavonica, nata come I segreti di Enoch, era stata probabilmente compilata da uno scrittore ebreo vivente ad Alessandria all’epoca di Gesù. Essa contiene un preludio al capitolo del rapimento di Enoch da parte di esseri di alta statura che lo portarono in un luogo di perenne luce, coperto di neve e di ghiaccio. Giunto a destinazione, Enoch viene guidato a visitarlo e scopre così un’orrenda fossa, che sarebbe diventata il prototipo dell’inferno cristiano: E poi gli uomini mi guidarono nella regione settentrionale, e quivi mi mostrarono un luogo assai terribile. In quel luogo ci sono torture di tutti i generi. Cupa tenebra e tetraggine impenetrabile; e non c’è luce, ma vi arde di continuo un fosco fuoco, e vi scorre un fiume travolgente. E dappertutto ci sono fiamme, e ovunque freddo e ghiaccio, per cui c’è insieme ardore e gelo. E i prigionieri sono feroci, e gli angeli sono atroci e spietati e impugnano atroci armi, e la loro tortura è senza mercè. E io dissi: «Ahimè, ahimè! Che luogo terribile è questo!». E gli uomini mi dissero: «Questo luogo, Enoch, è preparato per coloro che non onorano Dio, che commettono cattive azioni sulla terra». L’inferno era una concezione cristiana che, al pari del diavolo, era ignota agli ebrei. Sheol, a volte tradotto come “inferno”, disegnava semplicemente un luogo dove venivano gettate e distrutte immondizie e questo brano, che sembra profiguare l’Inferno di Dante, è stato probabilmente uno dei principali motivi della “scomparsa” del libro di Enoch: l’idea che il “cielo” potesse comprendere un luogo di tormenti, doveva riuscire inaccettabile ai Padri della Chiesa. Dopo aver visto l’“inferno”, Enoch venne portato, questa volta dall’angelo Raffaele, a un giro per il paradiso ovvero il “Giardino della Rettitudine”. Lo si direbbe Giardino dell’Eden, perché quando Enoch chiese cosa fosse un albero di particolare bellezza e dal delizioso profumo, gli fu risposto che era l’Albero della Conoscenza dal quale Eva aveva colto uno dei frutti (a quanto sembra, i frutti in questione si presentavano in grappoli come uva, per cui non può trattarsi di mele). A preoccupare il signore – indicato come Yahwen-Elohim – pare però che fosse un’altra pianta, l’Albero della Vita. Se l’uomo ne mangiava i frutti, la durata della sua vita sarebbe diventata lunghissima. A questo punto si trova uno dei passi più interessanti del Libro di Enoch: «E in quei giorni io vidi che lunghe corde venivano date agli Angeli ed essi mettevano ali e volavano, dirigendosi verso nord. E io ne chiesi all’Angelo, dicendogli: “Perché hanno preso corde e se ne sono andati?”. Ed egli rispose: “Sono andati a misurare”». Si noti che “corde” munite di nodi erano usate dai sacerdoti egizi per progettare i loro templi, ed erano null’altro che strumenti di rilevazione geometrica. Christian O’Brien, un in geniere esperto di rilevazioni, traduce questo passo in termini secolari: «Poi ho visto che lunghi “nastri” di misurazione venivano dati ad alcuni degli angeli, i quali si affrettarono verso il nord. Chiesi allora all’angelo perché gli altri avevano preso i nastri e se ne fossero andati, ed egli rispose: “Sono andati a compiere una rilevazione”». Angeli che intraprendono una rilevazione? E’ una cosa che non ha senso nel contesto della versione cristiana degli angeli. Ma non poteva darsi che quagli esseri fossero antichi scienziati intenti a una rilevazione geologica o geografica? Il Libro di Enoch, infatti, chiarisce l’importantissimo scopo della rilevazione con queste parole: «E queste misure riveleranno tutti i segreti delle profondità della terra…». La rilevazione aveva dunque carattere geologico. Rand conosceva bene il libro di Andrei Collins, Dalle ceneri degli angeli, che riporta la storia di Enoch. Vi si legge che, verso la fine del XIX secolo, la Spedizione Babilonia dell’università della Pennsylvania scoprì frammenti di cilindro di argilla a Nippur, in quela che era ancora chiamata Mesopotamia. Il reperto proveniva dal tempio Di Enlil, il grande dio dei sumeri, secondo solo ad Anu, Signore dell’Universo, ed era scritto in cuneiforme. Torneno alla mente le tavolette trovate nel tumolo di Kuyunjik nel 1852, quello che risultò contenere l’epos di Gilgamesh, e ci si perdoni se supponiamo che la traduzione del cilindro divenne questione di primaria importanza. Purtroppo però il reperto fu portato all’università di Philadelphia dal professor Herman V. Hilprecht e fu lasciato nello scantinato del museo, ancora nella cassetta che lo conteneva. Hilprecht è noto, nella storia delle ricerche psichiche, per un altro curioso evento riguardante Nippur: nel 1893 si provò a decifrare le iscrizioni di quello che credeva essere un anello proveniente dal tempio di Bel. Sfinito dai tentativi infruttuosi, si addormentò e sognò che il sacerdote del tempio di Bel gli mostrava la camera del tesoro e gli spiegava che l’”anello” faceva parte di un cilindro votivo che era stato tagliato in tre parti. In seguito, al sacerdote era stato ordinato di farne orecchini per il figlio di Bel, Ninib, e aveva deciso di suddividere il cilindro. La terza parte, affermò il sacerdote, non sarebbe mai stata trovata, mentre la seconda esisteva ancora. Il giorno dopo, in possesso di quella nuova informazione, Hilprecht constatò che il suo sognorispondeva al vero. Il secondo anello, infatti, era elencato tra gli oggetti in catalogo, e quando le due parti furono unite, risultò leggibile l’iscrizione in onore del dio Ninib. In seguito, risultò che i due anelli provenivano appunto dalla camera del tesoro del tempio di Bel. Ma, come aveva affermato il sacerdote nel sogno, la terza parte non fu mai rinvenuta. Sarebbero passati altri vent’anni prima che un professore della Bryn Mawr, Gorge Aaron Barton, assemblasse i frammenti contenuti in tre scatole, e facesse una scoperta che lo esaltò. Non si trattava infatti di un elenco di tesori nel tempio, e neppure di un inno a Enlil, bensì di una lunga, ininterrotta narrazione che meritava di essere paragonata alla storia di Gilgamesh. Barton si convinse che era il più antico testo esistente al mondo, composto da nove tavolette. Alla fine, tuttavia, giunse alla conclusione che era semplicemente una versione del mito sumero della creazione. La traduzione che ne diede, contenuta in un volume intitolato Miscellanous Babylonian Inscriptions (Miscellanea di iscrizioni babilonesi, 1918), non entusiasmò neppure i suoi colleghi, e tanto meno il vasto pubblico, interessato piuttosto alla fine della grande guerra. Passò oltre mezzo secolo: negli anni settanta, una copia del libro di Barton capitò tra le mani di un geologo, Christian O’Brien, che aveva trascorso buona parte della sua vita lavorando per la British Petroleum nel Medio oriente. O’Brien aveva imparato da solo a leggere i testi in cuneiforme, e gli bastò un’occhiata alla traduzione di Barton con i testi originali a fronte per concludere le capacità di interpretazione di Barton lasciavano molto a desiderare, e si accinse a tradurli lui stesso. Scoprì così che, lungi da essere un “mito della creazione” in cui comparivano divinità su mere, le tre tavolette sembravano un resoconto molto terra a terra della creazione, da parte di un gruppo chiamato gli Anunnaki o Anannage, di una comunità agricola, Kharsag, su un altipiano di una regione montuosa. Lo stanziamento era noto anche come Ehdin – parola che, fa notare O’Brien, ricorda “Eden”. I lettori delle Cronache terrestri di Zecharia Sitchin riconosceranno immediatamente negli Anunnaki gli esseri provenienti dal “dodicesimo pianeta”, Nibiru, che, sostiene l’autore, giunsero sulla terra mezzo milione d’anni fa in cerca di oro da usare (in un modo che rimane misterioso) per proteggere la loro atmosfera dal deterioramento. E sitchin trova la conferma di questi visitatori spaziali nell’Antico Testamento come anche gli antichi testi sumeri (sebbene non nei frammenti di Kharsag), e ritiene che gli extraterrestri abbiano creato l’uomo per farne uno schiavo destinato al duro lavoro minerario. Tratto da “Gli eredi di Atlantide” di Colin Wilson da pag. 214 a 221 Wood ha identificato un codice numerico che sembra indicare le divinità dell’antico Egitto, e in una sorta di “tavoletta”, inserita come appendice in fondo a Genesis, delinea sue conclusioni: 200.000 anni fa, una super-razza aliena proveniente dal sistema di Sirio giunse nel nostro sistema solare in tre enormi astronavi e colonizzò il pianeta Marte. Questa super-razza era chiamata “gli elohim”. Siccome su marte c’era poca acqua, usarono la Terra come una specie di “fattoria”, anche se la gravità terrestre era troppo elevata per i loro corpi. Alla lunga crearono degli umanoidi chiamati Seth, Osiride, Iside, Nephtys e un essere più piccolo di nome Horus, oltre a creare tutta una sottospecie di esseri antropomorfi, ma meno intelligenti, chiamati “Guardiani”. La base che approntarono sulla Terra era un’isola chiamata Atlantide. Inoltre crearono due ulteriori razze subordinate, schiavi ancora meno intelligenti dei Guardiani, chiamati caini e seth, e clonarono animali per sfamarli. I sorveglianti del sistema – Osiride, Iside ecc. – erano naturalmente considerati, da queste creature subordinate, degli dei. Contravvenendo a specifiche istruzioni degli elohim, Iside creò un gran numero di queste creature subordinate per alleviare il carico di lavoro di seth e dei caini, ma presto l’esperimento sfuggi al loro controllo. I Nephilim, che erano stati scelti per il compito di ingravidare le femmine degli antropodi, trovarono il lavoro così piacevole che si misero a farlo indiscriminatamente, causando la comparsa di innumerevoli ibridi mostruosi. A quel punto , gli elohim decisero di distruggere la quasi totalità debella popolazione della terra, utilizzando il passaggio di una cometa che effettivamente distrusse Atlantide. Infine, con l’aiuto degli “dei” egizi, i sopravvissuti diedero il via alle civiltà che abbiamo scoperto fino a oggi… Tratto da “Gli eredi di Altantide” di Colin Wilson da pag. 276 a pag.277
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