Le due Atlantidi...

Gli Atzechi fanno risalire l'inizio della civiltà atlantidea al 20.238 a.C.

Questo dato coincide con quanto scrive Platone, il quale dice che, quando l'Atlantide fu distrutta all'incirca nel 9500 a.C., aveva leggi valide già da ben 8000 anni: il che significa che sin dal 17.500 a.C. questo mitico continente - che, seguendo le più moderne teorie, anche noi tendiamo a identificare con l'Antartide, che in quell'epoca era una terra calda e fertile poiché si trovava circa 2600 chilometri più a nord rispetto alla sua posizione attuale era civile: se a questa data aggiungiamo infatti un paio di millenni necessari per I' evoluzione, ecco che il numero di anni fornito dagli Atzechi viene confermato dai sacerdoti egiziani che parlarono con i filosofi greci: circa 20míla, e la civiltà di Atlantide/Antartide sorse perciò effettivamente intorno al 20.238 a.C. e poi proseguì andando sempre più sviluppandosi.

La realtà dell'estrema antichità di questa civiltà è confermata pure dal fatto incontestabile che in Sud America una delle principali aree rituali della città di Tiahuanaco, nota come Kalasasaya (un osservatorio astronomico), è allineata con i solstizi d'inverno e d'estate del 15mila a.C.: quindi in quell'epoca gli AtlantidiAntartici erano già così evoluti da essersi diffusi per il globo sino a creare vere e propri colonie.

Esiste pure una mappa del 1737, redatta dal francese Philippe Suache e copiata certamente da antichissimi papiri conservati in Egitto, che raffigura le due isole dell'Antartide senza ghiacci: come dovevano cioè essere tra il 15mila e il 12mila a.C. E' l'ulteriore conferma che dunque già in quell'epoca remotissima esisteva davvero una civiltà così ben evoIuta (ovvero le genti di Atlantide/Antartide) da saper viaggiare bene per mare e intendersi molto di cartografia.

Questa civiltà di Atlantide continua poi a svilupparsi e a diffondersi, raggiungendo tutti i punti del globo e stabilendo probabilmente anche un importante avamposto in Egitto, a Sais, dove viene creata una sorta di "accademia segreta" e dove è pure eretta la Sfinge (il che avviene all'incirca verso il 12mila a.C.).

Poi però si verifica un'immane catastrofe, quel "diluvio universale" di cui parlano i miti di tutti i popoli del mondo, dagli ameri

cani ai cinesi, dai greci agli egiziani. Quella catastrofe potrebbe avere una spiegazione precisa: secondo gli scienziati di oggi è infatti proprio nel 10.400 a.C. all'incirca che si verificò l'ultima inversione accertata dei Poli magnetici terrestri.

Questo cataclismatico evento potrebbe avere provocato, tra l'altro, eruzioni apocalittiche, terremoti immani e un'immensa ondata di marea, alta oltre mille metri, che ha viaggiato per tutta la Terra sommergendo continenti interi (appunto, il mitico diluvio universale), prima di ritirarsi e spegnersi lasciando dietro di sé solo poche rovine.

Secondo il Codex Chimalpopoca, scritto in lingua NahuatI, sarebbero appunto avvenuti nel 10.500 a.C. immensi sconvolgimenti del globo: quattro titanici disastri consecutivi provocati dal temporaneo spostamento dell'asse terrestre.

E' sempre in questo periodo, secondo gli odierni scienziati, che il vasto "ponte di terra" che unisce l'America del Nord all'Asia viene sommerso per sempre dal mare, mentre il clima di varie regioni del globo (tra cui l'Egitto, la Cina, Creta e la terra dei Sumeri) cambia da tropicale in temperato.

Ed è questa - più o meno anche la data fornita da Platone per la fine di Atlantide.

A causa dei titanici sconquassi provocati dallo spostamento dei Poli (un fatto che oggi gli scienziati danno per certo, lo ripetiamo), verso il 10.500 a.C. la civiltà, le meravigliose città e le colonie dell'Atlantide-Antartide sarebbero dunque state tutte spazzate via, forse davvero nel breve volgere di un giorno e di una notte, da colossali sismi e ondate di tsunami.

Al termine di tutti questi immani sconvolgimenti i pochi abitanti di Atlantide ancora vivi sono costretti ad abbandonare per sempre la loro terra natia: il sisma   planetario ha causato infatti tra l'altro anche la dislocazione di varie parti della superficie terrestre, e l'Antartide in particolare è scivolata più a sud di quasi 2600 chilometri, finendo per ritrovarsi quasi esattamente al centro del Polo Sud: inizia di conseguenza a ghiacciarsi, e i superstiti che ancora la abitano sono costretti ad abbandonarla in fretta, spargendosi per il globo.

Alcuni di loro precipitano presto nella barbarie, altri invece cercano disperatamente di preservare e trasmettere ai posteri le conquiste della loro civiltà. E' questo il tempo in cui giungono in Egitto i Neter, cioè gli dèi: ovvero, gli ultimi atlantidi evoluti, che agli egizi di allora - barbari e cannibali gruppi di nomadi - apparvero davvero come entità superiori e quasi divine.

E' sempre questa l'epoca in cui pure alle popolazioni primitive del Centro America si presentano i vari grandi civilizzatori, i Viracocha, i Quetzalcoatl, i Votan, i Kukulkan, i Kontiki, presto mitizzati in dèi dalle genti locali.

A riprova di questo vediamo che è proprio intorno al  9mila a.C. che le popolazioni primitive in più parti del mondo iniziano a praticare l'agricoltura: sono infatti i superstiti della catastrofe di Atlantide che stanno spargendo il seme della loro conoscenza.

In Egitto, alcuni di questi "grandi antichi" creano a Eliopoli il santuario di tutte le loro conoscenze superiori, affinché sotto forma di culto segreto siano preservate attraverso i secoli.

Sempre da loro viene preparato il "piano" che dovrà culminare con l'erezione della Grande Piramide di Giza, allineata con le stelle di Orione nell'anno 10.500 a.C., affinché testimoni per sempre la grandezza della civiltà di Atlantide e la tragica data in cui tutto quello splendore fu annientato.

Guidati dai sacerdoti con sacrati alla preservazione dei segreti di Atlantide , i primitivi egizi si evolvono poi lentamente finché, verso il 2500 a.C., sono in grado di portare finalmente alla fine quel grande progetto atlantideo: la Grande Piramide, prodigio di scienza e matematica, viene completata. 

E così, grazie a questo titanico monumento, Atlantide non cadrà mai nell'oblìo.

MU: L'ENIGMA DELLE SCRITTURE

L'alfabeto dell'isola di Pasqua, una serie di linee ricurve e di figure parziali incise su tavolette di legno, è la dimostrazione evidente di come si perda una lingua scritta quando una cultura si spegne. A causa dello spopolamento e delle conquiste, gli attuali abitanti dell'isola, discendenti di coloro che hanno inventato quell'alfabeto, non sanno leggerlo. Queste tavolette non hanno ancora trovato un traduttore, e chissà se si riuscirà mai a risolverne il mistero, a meno che non se ne trovi la chiave, o per un caso fortuito si scopra un testo con una traduzione accanto. Questi scritti dell'isola di Pasqua, tuttavia,

assomigliano in modo straordinario a quelli della Valle dell'Indo in uso nelle grandi città di Mohenjo Daro e Harappa, più di cinquemila anni fa, nella terra che oggi chiamiamo Pakistan. Anche senza entrare in uno studio comparativo profondo delle due scritture, si vede al primo sguardo che esse hanno una base comune. Poi ché né la scrittura dell'isola di Pasqua, né quella della

Valle dell'indo sono state decifrate, perdura il mistero non soltanto sul loro significato, ma sul perché di questa loro evidente somiglianza. Il mistero è in realtà ancor più profondo se si accetta la Teoria di Heyerdahl secondo il quale l'isola di Pasqua si

sarebbe staccata dal continente americano per il flusso della corrente dei Pacifico; in questo caso potremmo pensare che il collegamento tra le due culture sia passato dall'America, altrimenti dovremmo ritenere che la scrittura indiana provenisse da un'antica civiltà, capace di affrontare il pieno oceano per miglia e miglia con la sua flotta, per andare a fondare una colonia su un'isoletta dei Pacifico che fa parte piuttosto dei Nord America  che dell'Asia. E va ancora aggiunto che le rovine che si vedono ancora oggi sull'isola di Pasqua sono molto simili a quelle lasciate dalle culture costiere dei Perù. Si è presa a lungo in considerazione anche una terza possibilità, e cioè che l'isola di Pasqua sia quanto rimane di un continente perduto dei Pacifico, sebbene le indagini sul fondo dell'oceano non abbiano fornito alcuna prova in tal senso.

In ogni caso, che la scrittura dell'isola di Pasqua venga dall'est o dall'ovest, la sua somiglianza con gli antichi scritti della penisola indiana costituisce un notevole legame di lingua scritta tra il Vecchio e il Nuovo Mondo che attraversa il Pacifico, e ci indica l'esistenza di un linguaggio per ora illeggibile e incomprensibile.

Da: Charles Berlitz, Il mistero di Atlantide,

Sperling Paperback, Milano 1991

 

L'Atlantide del Pacifico

Quando si parla di Atlantide e la si colloca nell'Antartide (in posizione però ben più a nord di quanto sia oggi), non si può non considerare anche un'obiezione molto seria a questa teoria: non abbiamo prove certe che la grande civiltà fiorita nei tempi preistorici sia originaria proprio di quel continente.

Le misteriose "rnappe" di cui tanto si parla - e che sono davvero inquietanti per ciò che sottintendono - non hanno infatti mai il loro centro nell'Antartide: quella, famosissima, di Piri Reis, per esempio, lo ha vicino al Cairo, in Egitto.

Che cosa vuole dire questo? Ma è semplice: chiunque tracci una mappa, di solito lo fa sempre ponendo come centro il punto in cui ha il suo porto di base. E pertanto il fatto che non si siano ritrovate (almeno finora) mappe antiche che abbiano il loro centro nell'Antartide potrebbe forse voler dire che non era quello il porto di partenza dei misteriosi circumnavigatori del mondo di diecimila e più anni fa.

Ma allora da dove venivano? Quale poteva essere la loro misteriosa terra di origine, l'Atlan, la Dilmun, la Valim Chivim di tante leggende.

Esiste un'altra teoria, forse apparentemente molto più fantastiea, ma che ha alcuni elementi validi a sostegno.

Tutti i miti e le statue antiche indicano infatti che i misteriosi "dèi" degli egiziani o degli atzechi erano di razza bianca, con prevalenza di capelli biondi, barbe folte e occhi chiari.

I nativi dell'Egitto ovviamente non erano così, e tanto meno lo erano gli indigeni del CentroAmerica.

Anche l'architettura di questi "dèi" bianchi era singolare: costruivano templi colossali, usando enormi blocchi megalitici di proporzioni tali che neppure oggi noi sapremmo edificarne di simili: si pensi alla città di Machu Pichu sulle Ande o alla Grande Piramide in Egitto, o alla titanica Terrazza di Baalbeck in Libano, tanto per fare qualche esempio concreto e ben noto.

Abbiamo dunque attribuito due caratteristiche ben precise a questi misteriosi "dèi": erano di pelle bianca ed erigevano colossali costruzioni megalitiche.

In più, secondo tante leggende, venivano dall'ovest ed erano i superstiti di una grande terra annientata nel solo volgere di una notte dalla furia della Natura.

Ma se per gli Egizi l'ovest è l'Oceano Atlantico, per gli Atzechi e i Maya l'ovest è... l'Oceano Pacifico!

E siccome sia per gli Egizi che per i Maya e gli Atzechi questi dèi venivano da occidente... forse è proprio l'Oceano Pacifico l'area dalla quale costoro giunsero dopo il diluvio.

Ma che cosa c'è nel Pacifico, all'infuori di poche isole sparse in una sterminata distesa d'acqua?

Nulla, come sanno tutti. Però...

Ci sono dei "però" molto inquietanti e sino a oggi privi di spiegazione... e questi "però" hanno la singolare caratteristica di collimare con quanto sappiamo sugli ignoti creatori della civiltà.

Gli indigeni che abitano parecchie delle più remote isole del Pacifico, per esempio sono infatti tutti di razza bianca... e questo è un mistero che gli antropologi non sono ancora riusciti a spiegare.

Come sono finiti lì? E quando ciò è avvenuto?

Ma c'è dell'altro: in molte di queste remote isole dei Pacifico, sparse in un'area coperta solo da acqua per varie migliaia di chilometri, sono stati scoperti templi, mura e altre costruzioni antichissime realizzate con lo stesso stile megalitico e colossale carattetistico dei più enigmatici resti rinvenuti in Egitto o nel Centro-America.

Lo stile è lo stesso, la tecnica di costruzione appare identica. Non solo, ma molti di questi reperti colossali dei Pacifico costituiscono unen igma assoluto: sono fatti con materiali che non esistono nelle isole dove sono stati edificati.

Ma allora come hanno potuto dei barbari e selvaggi isolani trasportarli fin lì, spesso da altre isole distanti centinaia se non migliaia di chilometri?

Inoltre, su diverse di quelle isole sono state individuate grandi strade... vie che spesso proseguono - perdendosi chissà dove

anche oltre la riva del mare.

Dove si dirigono? E perché sono state create?

C'era forse dell'altra terra, dove invece oggi c'è solo acqua?

Tutto questo non ha senso, e infatti attualmente la scienza alza le braccia e dice semplicemente: E' un mistero.

C'è però chi - già da molto tempo, a dire il vero - ha indicato una risposta a questo enigma, una soluzione che, pur apparentemente fantastica, fornisce però una spiegazione molto semplice: fino a circa dodicimila anni fa sarebbe esistito nel centro dell'oceano Pacifico un grande continente, del quale le isolette odieme sarebbero gli ultimi frammenti rimasti dopo un apocalittico cataclisma che in poche ore l'ha fatto inabissare, cancellando per sempre la sua civiltà, la sua gente e il suo sapere.

Questa sarebbe la mitica Atlantide, nota anche con il nome altrettanto leggendario di Mu.

Da lì, i pochi superstiti, tutti di razza bianca, si sarebbero sparsi per il mondo cercando di ricreare la civiltà: alcuni raggiunsero l'India, altri il Centro-America, altri ancora l'Egitto.

Ecco perché la mitica Atlan/DilmunNalim Chivim/Mu era a ovest tanto di Giza che di Teohautican: si trovava al centro dell'Oceano Pacifico.

Altrimenti come si spiegherebbero le popolazioni bianche di quelle isolette sperdute, o i loro templi immani e le strade che arrivano dritto fino alla riva del mare?

Luigi Cozzi

(Fonte : i Misteri n. 25 - Ediz. Cioe')

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Machu Picchu la citta' perduta del popolo Inca

(di Marco Fornari)

Scoperto nel 1911 da Hiram Bingham, il Machu Picchu è uno dei più suggestivi ed enigmatici siti archeologici della terra.

Fu un'inaccessibile fortezza, ma soprattutto un luogo sacro costruito con titanica ingegneria in condizioni ambientali proibitive. Rimane il mistero di come un popolo che non conosceva nemmeno l'uso della ruota abbia potuto erigere una simile meraviglia.

Negli anni Trenta del millecinquecento i conquistadores agli ordini di Francisco Pizarro giunsero in Perù decisi ad Impadronirsi di quella rieda di Nuovo Mondo che per le monarchie europee avrebbe dovuto rappresentare un autentico serbatoio di ricchezza. ll destino dei popoli che abitavano la regione era segnato per sempre, ma, in realtà, quando Pizarro mise piede in Perù l'antica potenza dell'impero inca era già minata alle fondamenta dalla guerra civile che imperversava nella regione. I conquistadores non fecero altro che dare il colpo di grazia a una civiltà ormai decadente, e le truppe di Pizarro, meno numerose di quelle nemiche ma dotate di armi più micidiali e affiancate da un'efficiente cavalleria, seppero approfittare di quel momento di debolezza e di travaglio sconfi8gendo uno dopo l'altro i sovrani delle regioni in cui era suddiviso l'impero.

Uno di essi, chiamato Manco Capac, dopo la sconfitta abbandonò la capitale Cuzco e si inoltrò nelle Ande per fbndare una nuova città, Vilcabamba, un luogo dove si dice che lui e i suoi successori regnarono indisturbati per i successivi trentasei anni. Vilcabamba divenne una leggenda e una vera ossessione per molti archeologi del nostro secolo. Tra questi Hiram Bingham, dell'Università di Yale, che coltivava il sogno di ritrovare quella città perduta.

Cosi' nel 1911 organizzò una spedizione in Perù alla ricerca dell'ormai mitica Vilcabamba. Partì da Cuzco e percorse tutta la regione esplorando le rive del fiume Urubamba. Dopo molti giorni incontrò un contadino che si offri di accompagnarlo a visitare alcune rovine poste sulla cima di una montagna, che l'indigeno chiamava l'Antico Picco, Machu Picchu nella lingua locale. Dopo un avventuroso percorso attraverso la giungla, ponti sospesi e ripide salite lungo vertiginosi pendii, la spedizione arrivo' in cima a una collina dove alcune rovine facevano capolino dal folto della vegetazione.

Giunto nei pressi di quella che oggi é conosciuta come la Tomba Reale, Bingham si rese conto di trovarsi di fronte a qualcosa di straordinario. Fu colpito in particolare dalle pareti di granito bianco e dall'accuratezza con cui erano realizzate le parti in muratura. Prodigi di architettura da mozzare il fiato.

LA CITTADELLA SACRA

L'archeologo credette di aver finalmente trovato Vilcabamba e un anno dopo organizzò un'altra spedizione per ripulire i ruderi dalla secolare coltre di vegetazione che li ricopriva. Il mondo seppe così dell'esistenza di quella cittadella arroccata su uno sperone roccioso a 2300 metri d'altezza e a 450 metri a strapiombo sulle rive del fiume Urubamba.

Machu Picchu: un luogo meraviglioso che però, contrariamente alle aspettative del suo scopritore, non era Vilcabamba. Quest'ultima infatti, secondo alcuni documenti spagnoli rinvenuti in seguito, si trovava nella direzione opposta rispetto a Cuzco e ancora oggi gli archeologi proseguono la loro diatriba sull'esatta collocazione della leggendaria città. La cittadella di Machu Picchu é uno dei più incredibili complessi urbanistici del mondo. Una portentosa opera di ingegneria civile realizzata in un ambiente tutt'altro che agevole.

Gli edifici si sono conservati quasi tutti perfettamente, tanto che non ci si stupirebbe di veder camminare ancora oggi sulle gradinate e sui sentieri di pietra qualche sopravissuto della civiltà inca.

Perché é quasi sicuro che la città, almeno da un punto di vista architettonico, é stata costruita proprio dagli incas. É però impossibile stabilire con precisione l'origine del complesso, che rimane tuttora avvolta dal più fitto mistero. In realtà, per quanto se ne può sapere, Machu Picchu non era una vera e propria città, almeno non nel senso in cui intendiamo oggi questo concetto. Era, molto probabilmente, un insieme di templi, osservatori e palazzi destinati ad accogliere l'élite degli incas, sacerdoti e uomini di potere.

Una specie di città sacra che aveva anche una valenza strategica. lnfatti, dominando la valle del fiume Urubamba, che era l'unica via per arrivare a Cuzco, Machu Picchu svolgeva anche un'importante funzione di avamposto. Oltre tutto era una vera e propria roccaforte, inaccessibile al nemico, data l'altezza e la conformazione a strapiombo della roccia su cui é costruita.

Dal punto di vista urbanistico, Machu Picchu é divisa in due parti, da una scalinata di granito composta da oltre 150 gradini. Tale scalinata era il principale asse viario e collegava la Piazza Sacra al punto più alto dove é situato l'lnti-huatana, una pietra sacra dedicata a Inti, dio del sole. La rete viaria della cittadella era molto ripida e costituita prevalentemente da scalini, per superare pendenze altrimenti eccessive. L'architettura era perfettamente adeguata alla topografia del luogo. Eseguendo incredibili opere di terrazzamento, gli incas furono in grado di realizzare in uno spazio tutto sommato piccolo e angusto un'armonica successione di templi, santuari, piazze, quartieri residenzlali, zone agricole e perfino un complicato sistema di bacini d'acqua.

IL TEMPIO DEL SOLE

Nella citta' spiccano alcune costruzioni caratteristiche. Ad esempio Il Tempio del Sole (la prima costruzione scoperta da Bingham), un edificio privo di tetto posto nella parte sud-orientale del settore urbano, che cinge con un tratto di muro dalla forma semicircolare una roccia levigata usata per le funzioni religiose connesse con il culto del Sole. O il già citato Inti-huatana, il luogo dove é collocata una pietra dalla strana foggia, sormontata da una grossa colonna che permetteva agli incas di conoscere l'altezza del sole e di calcolare l'ora, le stagloni, i solstizi, glï equinozi basandosi sulla posizione e lunghezza dell'ombra proiettata. A ogni solstizio invernale in occasione della festa di Inti Raymi, il dio veniva simbolicamente legato al sole (da cui il nome della pietra) per assicurarne il ritorno l'estate seguente. Chi si reca oggi a Machu Picchu rimane profondamente impressionato dalla monumentalità delle opere in muratura. Come abbiamo accennato, gli incas non conoscevano l'uso della ruota e non possedevano nemmeno animali da tiro. Questo deve aver reso ancor più ardua una simile impresa. l muri degli edifici pesano parecchie tonnellate e le pietre sono incastrate in modo cosi' preciso che risulta difficile far passare nelle fessure che le dividono perfino la lama di un coltello.

Questa precisione negli incastri é ancora più stupefacente se si pensa che la foggia delle pietre murali é molto particolare, con numerosi spigoli incastonati tra loro senza l'utilizzo della malta. Questa struttura ha consentito alle costruzioni di sopravvivere alle numerose scosse sismiche che periodicamente devastano la regione delle Ande.

Ma come poterono gli incas scolpire e incidere il granito con simile precisione?

Le ricerche degli archeologi non hanno portato alla luce utensili abbastanza resistenti da poter lavorare pietre così dure. Gli incas erano abilissimi a fondere e lavorare metalli teneri, ma gli storici concordano sul fatto che essi non giunsero mai a lavorare il ferro. Nonostante tutti questi limiti tecnologici, rimane il fatto che essi realizzarono un'opera architettonicamente stupefacente. Qualcuno ha proposto l'ipotesi che gli incas potessero attingere a giacimenti di ematite, materiale che però si usura facilmente e che comunque non é presente nella zona.

Un'altra teoria, più fantasiosa e molto amata dai sostenitori dell'archeologia spaziale, presuppone l'impie8o di una tecnologia laser, di origine extraterrestre, per incidere e rifinire i massi. Naturalmente mancano prove per sostenere una simile ipotesi e lo stesso discorso vale per la teoria esoterica che chiama in causa i presunti poteri occulti degli sciamani, che con i loro poteri sarebbero stati in grado di manipolare la materia facendole assumere la forma desiderata.

BRONZO E PIETRA, NIENTE ORO.

Bingham, lo scopritore di Machu Picchu, scopri' molti reperti nella cittadella; si trattava per lo più di oggetti in pietra, bronzo e ossidiana. Erano del tutto assenti invece gli oggetti d'oro. Anche questo é un mistero, poiché a rigor di logica l'oro avrebbe dovuto abbondare in un simile complesso. Fu avanzata l'ipotesi che i conquistadores aves sero depredato la città, come erano soliti fare durante le loro spedizioni. Ma gli spagnoli non conoscevano l'esistenza di Machu Picchu poiché questa non risulta segnata sulle antiche mappe da loro tracciate. I conquistadores erano molto meticolosi nell'annotare le loro razzie e i luoghi che avevano visitato e spogliato di ogni ricchezza.

Secondo l'archeologo peruviano Victor Angles Vargas, Machu Picchu sarebbe stata abbandonata dalla sua gente verso la fine del XV° secolo, molti anni prima dell'arrivo degli Spagnoli. Fu un abbandono repentino il cui motivo rimane un grande mistero. Sono state avanzate diverse teorie, ma nessuna e' sufragata da prove concrete.

La prima ipotesi fa riferimerlto alle numerose guerre tra tribu incas che erano piuttosto frequenti, e che nel peggiore dei casi, terminavano con lo sterminio di massa dell' intera comunita' nenica.

La seconda teoria chiama in causa una curiosa e sinistra usanza del popolo inca, tramandataci da Garcilaso de Vega, figlio di uno spagnolo e di una principessa inca. De Vega sostiene che, secondo la tradizione del popolo andino, chiunque fosse stato giudicato colpevole di violenza carnale nei confronti di una delle sacre "ajllas" (le vergini del sole) veniva messo a morte assieme ai suoi servitori, ai parenti, ai vicini e a tutta la comunità. Perfino il bestiame veniva ucciso. Il luogo di provenienza del dissacratore era poi maledetto e dimenticato per sempre. Machu Picchu ha subito questo destino?

Un'altra ipotesi é invece quella dell'epidemia. Non é escluso che un morbo terribile abbia colpito la città costringendo le autorità ad abbandonarla insieme a tutta la popolazione, e a metterla per così dire in quarantena perpetua.

(Fonte: Oltre la Conoscenza n. 8 - Edizioni Edicat srl)

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Il segreto delle piramidi

I grandi monumenti non vennero costruiti dagli egizi, ma da una Civiltà Umana Globale che si estese su tutta la terra dopo la fine dell'ultima glaciazione.

La scoperta che l'allineamento delle tre piramidi di Giza riproduce esattamente quello che presentavano nel cielo d'Egitto le tre stelle della Cintura d'Orione diecimila anni fa, ha rafforzato di recente le idee di quei tanti divulgatori di una archeologia eretica i quali da tempo vanno sostenendo una tesi finora rigettata daalla cultura accademica: quella cioè che, anteriormente alle civiltà storicamente accertate, le cui prime testimonianze risalgono al quarto millennnio a.C, sulla Terra vi sia stata una civiltà scomparsa, in grado di realizare monumenti di grande imponenza e in possesso di una cultura molto evoluta.

Questa civiltà si sarebbe estinta in seguito ad eventi che non conosciamo, probabilmente un mutamento climatico, ma alcune sue grandi testimonianze ancora rimangono, e soprattutto tracce della sua cultura sono individuabili nel sapere della società evolutesi nei millenni successivi, quelle su cui non mancano documenti archeologici e storici. La civiltà che costruì le tre grandi piramidi di Giza le lasciò praticamente in eredità alle culture (provenienti, pare, dagli altopiani etiopici) che in seguito installarano nella valle del Nilo. Un' eredità che comprendeva anche la scrittura geroglifica, la geometria, l'aritmetica, l'agricoltura e diverse tecnologie che oggi ci sembrano semplici ma che, di fatto, sono quelle che hanno dato l'avvio all'organizzazione sociale moderna. la ridefinizione della cronologia di molti monumenti ha portato sorprese notevoli. la Sfinge, contigua alle piramidi, è di poco posteriore: cioè è di almeno cinquemila anni più antica di quanto non si sia creduto finora. Lo proverebbero, fra l'altro, i segni di erosioe dovuti alla pioggia sul suo materiale, che non si spiegherebbero se non ipotizzandone l'esposizione al clima, molto più umido di oggi, dalla valle del Nilo diecimila anni or sono.

Contemporanea alla Sfinge, cioè risalente ad ottomila anni prima di Cristo, è la misteriosa città fortificata i cui resti sono stati trovati nella piana di Gerico. Alla medesima epoca risalirebbe la realizzaziione, in inghilterra, del tempio di Stonehenge, che è stato dimostrato essere in realtà un vero e proprio osservatorio astronomico, la cui realizzazione richiedeva le conoscenze avanzate sul moto dei pianeti e notevoli capacità matematiche. In definitiva secondo i divulgatori della archeologia eretica questi monumenti, ed altri, sarebbero i resti di una civiltà umana arcaica, che si era estesa su tutto il globo grazie a notevoli conoscenze di nautica (le famose carte di Piri Reis, che descrivono le coste dell'Antartide coperte dai ghiacci , ne sarebbero una testimonianza) e che circa ottomila anni or sono si sarebbe estinta per dar luogo, due millenni dopo, alle prime culture storiche.

L'idea che la Grande Piramide sia stata costruita intorno al 2550 a.C come tomba per il faraone Cheope, già messa in dubbio da considerazione geologiche, sarebbero ormai smentita dalla scoperta non soltanto del suo allinemento, insieme con le piramidi minori, con le stelle di Orione così com'erano visibili in epoca molto più antica, ma anche dal fatto che le strette gallerie che perforano la massa, e che arano considerate semplici condotti d'areazione, in realtà puntavano anch'esse, undicimila anni fa, verso stelle particolari. Tutta l'architettura delle piramidi, insomma, sembra coerente con una situazione astronomica che riporta a epoche assai più remote di quelle registrate dalla storiografia ortodossa. Ma se le piramidi non erano tombe (a questo uso sarebbero state adibite posteriormente dagli egizi, che la trovarono già costruite), perchè vennero erette?

Zacharia Sitchin, l'autore del notevole saggio Il dodicesimo pianeta, uno dei più noti fautori della nuova cronologia della razza umana, ha fatto notare le relazioni geografiche che legherebbero le piramidi alla celebre terrazza di Baalbek in Libano: una piattaforma di pietra così immensa e pesante che non si capisce come sia stato possibile costruirla e soprattuto spostarne i blocchi con l' aiuto di tecnologie fondate semplicemente sul lavoro muscolare. A suo giudizio, le piramidi avevano la funzione di torri di controllo per guidare veivoli destinati ad atterrare sulle piattaforme di pietra. E' un' ipotesi difficile da eccetare, non soltanto per implicazioni (chi guidava le astronavi preistoriche?), ma soprattutto per la considerazione che la struttura interna delle piramidi appare troppo complessa per poter pensare che i monumenti potessero avere semplicemente la funzione di segnali visibili dall'alto.

L'inglese Alan F. Altford avanza un' ipotesi più articolata. A suo giudizio, le piramidi erano immense celle a combustibile destinate a fornire energia alla civiltà umana globale che occupava la Terra undicimila anni fa alla scomposizione dell'acqua nei suoi costituenti, idrogeno e ossigeno. Esaminando la complessa struttura della Grande Piramide, Altford pensa che la cosiddetta Camera della Regina, alta circa quattro metri e mezzo, fosse l' allogiamento nel quale un tempo era ospitata la cella energetica vera e propia, nella qual avveniva la separazione dei due gas, i quali erano poi convogliati separatamente nell' altro ambiente ricavato all' interno del monumento, la Camera del Re. Li', entro un sacello di granito misurante tre metri per uno e mezzo circa (il Sarcofago) avveniva la combustione controllata dell'idrogeno. la strana conformazione aveva la funzione di spitare una valvola o sistema di filtraggio. Al di sopra della Camera del Re si trovano le pietre più grandi e massicce di tutta la piramide: cinque lastroni di granito sovrapposti, ciascuno pesante più di 70 tonnellate.

Gli archeologi non sono riusciti a individuare una funzione per questa imponente strutura. Secondo Alford si tratta di un dispositivo di raffreddamento, una specie di radiatore, posto al di sopra di quella che doveva essera una vera e propia camera di combustione. Il fatto che i lastroni siano levigati nella parte inferiore e grezzi in quella superiore aiuterebbe la dispersione del calore. Ma non era soltanto questa la funzione della Piramide. Altford fa notare la significativa conformazione della Grande Galleria, lungo la quale si allineano 27 nicchie oggi vuote. Da una serie di segni ancora riscrontabili, si deduce che esse contenevano oggetti di natura ignota, da tempo portati via. Questi oggetti dovevano avere una funzione di qualche genere: Altford ipotizza che fossero cristalli risuonanti a diverse frequenze, che dovevano essere impiegati per un qualche sistema di comunicazione.

L'idea è stata portata avanti anche dall' americano Tony Smith. La Grande Piramide, è fatta essenzialmente di due materiali, calcare e granito. Il calcare è composto di carbonati di calcio e magnesio. Il carbonato di calcio (calcite) è elettremagneticamente anisotropo, cioè la velocità delle onde elettromagnetiche che non attreversano un cristallo dipende dalla loro direzione. può anche essere triboluminiscente, vale a dire che emette un chiarore se subisce qualche sollecitazione meccanica. Questo secondo Smith sigifica che potrebbe essere impiegato per controllare le radiazioni elettromagnetiche, modulate poi grazie a qualche meccanismi fisico. Il granito- l'altro materiale usato, è composto in gran parte di quarzo, che è piezoelettrico: quando vibra, per esmpio in seguito a una percossa, muta la distribuzione delle cariche elettriche. la grande struttura composta con i due materiali sarebbe cioè un vero e propio strumento, un immenso ricevitore/trasmettitore per l'invio e la ricezione di onde elottromagnetiche modulate. In definitiva, una specie di radio. in una zona del monumento chiamata Anticamera, posta subito davanti alla Camera del Re c'è una struttura di difficile interpretazione. E' un ambiente lungo circa due metri e mezzo e largo uno, con cinque scalinature verticali sulle pareti contrapposte. Lungo le prime due coppie di scalinature possono salire o scendere due lastre di granito alte due metri. le lastre possono essere fatte scorrere in alto e in basso e, volendo, potrebbero essere sfilate coppie di scanalature. Di fatto, sembrano funzionare come dighe mobili per trasformare l'ambiente in un bacino di raccolta di quantità diverse di un liquido di qualche genere.

Secondo Smith, è uno dei meccanismi che venivano impiegati per sintonizzare il sistema, in modo che potesse ricevere e trasmettere seganli particolari. Queste congetture-ovviamente tutt'altro che verificate - presuppongono, come già accennato, l'esistenza di una Civiltà Umana Globale oggi estinta, che avrebbe popolato la terra raggiungendo un elevato sviluppo culturale prima della nascita delle civiltà conosciute.

La riscrittura della storia umana parte dal presupposto che questa civiltà abbia cominciato a svilupparsi circa dodicimila anni fa, quando la supernova della vela, divenendo visibile sulla terra, in qualche modo stimolò l'intelletto umano, apparendo un segno dei cieli. In quel periodo finì l'ultima grande glaciazione della Terra e cominciò l'Olocene, ovvero l'era del clima più temperato e del ritirarsi dei ghiacci. con lo sciogliersi dei ghiacciai, il livello dei mari si alzò di 35 metri, fino a quello attuale, un processo che durò quattromila anni. per altri mille anni vi furono grandi laghi nelle zone oggi desertiche dell'Africa, dell'Arabia e dell'India. Il clima era più umido e caldo di oggi. Fra gli 11mila e i 9mila anni fa, le popolazioni del neolitico scoprirono l'agricoltura e i metalli, imparando a comunicare in modo complesso e misero a punto forme di scrittura, formando la Civiltà Umana Globale, che era fornita di u linguaggio comune. Gli uomini si stabilirono soprattutto nelle vallate di grandi fiumi (il Nilo, la Mesopotania fra il Tigri e l'Eufrate, l'Indo-Gange, il Fiume-giallo), dove clima e piovisità asiicuravano raccolti stabili. Svilupparono prima la navigazione fluviale, quindi la estesero anche ai mari ed oceani, popolando tutta la Terra. In Egitto, fu l'epoca in cui vennero costruite le piramidi di Giza e la Sfinge, ed anche in Cina sorse una cultura che eresse grandi piranidi. Seimila anni or sono, probabilmente ad un mutamento di clima, la Civiltà globale si spezzò frammentandosi in diversi bacini culturali racolti attorno ai fiumi originari. Buona parte delle conquiste si persero. Parte delle tecniche agricole, necessarie a coltivare il cibo, si mantennero, ma la metallurgia venne dimenticata, e gli unici metalli d'uso più o meno corrente furono l'oro, il rame nativo, l'argento e il ferro di origine meteorica.

Si perse anche l'aritmetica, se non nelle forma più elementare, anche se tracce ne rimasero in pratiche come la divinazione cinese basata sugli esagrammi. Le forme evolute di comunicazione furono anch'esse dimenticate. La scrittura geroglifica e egizia era probabilmente un relitto della scrittura in uso presso la Civiltà Globale, dato che le forme più antiche di geroglifici, risalenti a 5mila anni fa, sembrano già compiutamente sviluppate. la lingua comune si suddivise anch'essa in idiomi regionali, come il cinese, il sumero, il sindhu. In alcune regioni rimaste isolate, tuttavie, si preseravrono idiomi più vicini a quello originario, come il basco dei Pirenei, il ge'ez in Abissinia, l'omero nell'America. Il crollo definitivo delle civiltà Globale coincide con l'inizio della civiltà storica in diversi calendari. per i Veda segna il principio del Kali-yuga, l'età oscura, che si è aperto circa cinquemila anni or sono, nel 3102 a.C. molto vicine sino le date assegnate come inizio dei tempi nei calendari Maya (il grande ciclo è incominciato nel 3114 a.C), e cinese (l'anno 4695 si è aperto l'8 febbraio 1997). Per gli ebrei, l'anno 5757 è cominciato il 13 settembre 1996.

(Fonte : i Misteri n. 20 - Ediz. Cioe')

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PIRAMIDI

Giganti dell'antichità

Le piramidi d'Egitto, i monumenti più misteriosi della Terra, vennero edificate (almeno secondo la maggior parte degli storici, perché come al solito, esistono teorie contrastanti) in un lasso di tempo relativamente breve, cioè dal 2800 al 2500 a.C. Delle trentacinque piramidi principali disseminate in Egitto la maggioranza si trova ai margini del deserto, a ovest del Nilo. Sorgono generalmente a gruppi; il più famoso è quello di Gizah, non lontano dal Cairo, costituito dalle tre immense costruzioni geometriche osservate dall'altrettanto enigmatica Sfinge.

La Grande Piramide, nota anche come Piramide di Khufu o di Cheope (Cheope è il nome greco di Khufu) fu costruita tra il 2700 e il 2600 a.C., durante la IV dinastia; è la più grande del mondo; il lato di base misura 230 metri; l'altezza è di 150 metri. E' composta da due milioni e trecentomila blocchi di granito, che pesano circa due tonnellate e mezzo l'uno; il suo peso totale è di cinque milioni e settecentocinquantamila tonnellate. All'interno è quasi completamente piena, ma stretti passaggi collegati con l'esterno da prese d'aria conducono a camere sotterranee.

La prima esplorazione sistematica risale all'820 d.C., quando il califfo Abdullah Al Mamun, particolarmente appassionato delle scienze matematiche e della navigazione, decise di penetrarvi, convinto che al suo interno si trovasse una stanza segreta piena di carte geografiche e astronomiche lasciate da qualcuno di una civiltà precedente .

Fu la sua équipe di scavo che, dopo aver rinunciato a trovare un'entrata segreta di cui si vociferava, perforò la parete esterna per trenta metri e raggiunse - quando ormai ogni speranza sembrava perduta - il corridoio noto come Passaggio Discendente . La ricerca di nuove aperture e passaggi continua ancora oggi; nell'ottobre 1987 è stata rinvenuta una nuova stanza contenente una "barca solare".

Un monumento impossibile

Pur con tutte le moderne tecnologie che abbiamo a disposizione, opere come la piramide di Cheope potrebbero essere realizzate oggi solo con immense difficoltà, o addirittura - come asseriscono alcuni ingegneri - non potrebbero più venire realizzate. Come se la cavarono allora gli architetti del Faraone? Studiosi come Kurt Mendelssohn hanno elaborato interessanti teorie che coinvolgono rulli, carrucole, barconi, piani inclinati, e un numero enorme di operai (non schiavi, fa rilevare Mendelssohn, ma gruppi di lavoratori momentaneamente disoccupati che giungevano da ogni parte dell'Egitto durante le stagionali inondazioni). Se ne legge in ogni testo scolastico; sta di fatto che, quando si vede il risultato ottenuto, queste spiegazioni razionali non riescono a convincere. Ecco dunque perchè la Grande Piramide è diventata il simbolo del mistero, ed ecco perchè, nel corso dei secoli, è stata associata a molti culti e interpretata, di volta in volta, come un tempio magico, un osservatorio astronomico o il modello dell'Arca di Noè.

Ipotesi fantasiose

La vera e propria mania per le piramidi esplose nel 1830. Un certo John Taylor, che non le aveva mai visitate ma che si basava su alcune misurazioni effettuate dal colonnello Howard Vyse, pubblicò un volume dal titolo The Great Pyramid: Why Was It Built and Who Built It? ( La Grande Piramide: chi l'ha costruita e perchè? ). Esaminando le sue misure Taylor credette di trovare una straordinaria serie di coincidenze matematiche tra il peso, il perimetro e l'altezza della piramide e (in proporzione) il peso della Terra, la sua distanza dal Sole e la lunghezza dell'anno solare. Altri autori, come Charles Piazzi Smith e Robert Menzies, affermano addirittura di aver letto nei rapporti tra le lunghezze dei corridoi della piramide alcune date fatidiche della storia del mondo. Da qui il passaggio ad altre ipotesi fantasiose è quasi immediato. Per alcuni le piramidi furono costruite dagli abitanti di Atlantide molti millenni prima della loro "data di nascita" ufficiale; si trattava di segnali studiati per resistere nei millenni e comunicare messaggi alle generazioni future; altri pensano che le piramidi siano state costruite dagli extraterrestri, o per lo meno facendo uso di apparecchiature extraterrestri; altri ancora ritengono che i popoli antichi possedessero il potere di rendere leggera la pietra grazie a poteri ESP.

Il potere della piramide

Volete risparmiare i soldi delle lamette da rasoio? Costruite una piccola piramide in scala con quella di Cheope e piazzateci dentro una lametta: vedrete che ritornerà affilatissima. Vi sentite stanchi e abbacchiati? Costruite una piramide in scala e ficcatela sotto il letto; vedrete che dormirete benissimo. Volete disidratare un frutto o imbalsamare il vostro gatto? Al solito, costruite una piramide in scala con quella di Cheope, infilate sotto la piramide Pera o Micio, e il gioco è fatto. Queste affermazioni sono tratte da un volume molto popolare qualche anno fa, Pyramid Power (Il potere della piramide ), il quale sostiene che i particolari rapporti tra il perimetro e l'altezza della Piramide di Cheope generano al suo interno - e all'interno dei modelli in scala - particolari effetti. Il libro ha creato una vera e propria schiera di piramidofili : a Napoli esisteva addirittura una bottega, la Neon Argo , specializzata nella costruzione di Piramidi Magiche.

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MEGALITI

I complessi megalitici - dal greco megas , grande, e lithos , pietra - sono strutture preistoriche costituite da grandi rocce; ne esistono di quattro tipi principali: a pietre verticali isolate (chiamate menhir ), a pietre verticali allineate (come nel complesso di Carnac), a pietre disposte a cerchio (come nei complessi di Stonehenge e di Avebury), a pietre disposte a formare una camera (come nei cosiddetti dolmen e nel sepolcro di Newgrange). La maggior parte di queste strutture si trova in Europa, e sono stati edificati a partire dal tardo Neolitico fino alla prima Età del Bronzo (4000-1000 a.C.); ma complessi del genere sorgono anche in India, in Giappone, in Africa Occidentale. I cerchi di pietra dell'Inghilterra e della Bretagna (dove sono chiamati Cromlech) fanno pensare che i loro edificatori abbiano utilizzato un unità di misura comune, la cosiddetta "iarda megalitica", lunga 829 centimetri. Se questa interpretazione fosse corretta, questo significherebbe che gli antichi abitatori dell'Europa possedevano approfondite conoscenze matematiche e geometriche in un periodo molto preceedente a quello delle civiltà egiziana e mesopotamica.

Per quale sconosciuta ragione i nostri lontani antenati costellarono gran parte della superficie delle terre allora conosciute con quelle grandi pietre? Perché simili costruzioni sono spesso allineate lungo ley  ("linee") lunghi chilometri e chilometri? Sono monumenti dedicati al Culto del Sole, giganteschi cippi funerari, osservatori astronomici o - come molti sostengono - ricevitori e amplificatori delle misteriosi correnti terrestri che scorrono all'interno del pianeta, o, addirittura, veri e propri "aghi da agopuntura" infissi nel suolo per curare la Terra malata? Sia come sia, l'origine dei complessi megalitici costituisce un affascinante giallo archeologico che per ora non ha trovato una precisa risposta.

 

Italia delle pietre

Civiltà megalitiche dalle caratteristiche analoghe a quelle del Nord Europa hanno lasciato tracce in Val d'Aosta ( dolmen e tombe nella zona di Saint-Martin de Corleans; un circolo di pietre del diametro di 71 metri sul San Bernardino); in Piemonte sul Monte Musine, in Liguria (ad Apicella, presso Varazze). Megaliti mediterranei (originati probabilmente dal contatto con civiltà della penisola iberica e della Francia del Sud), si trovano a Pian Sultano, presso Civitavecchia, sull'isola di Pantelleria e nel Salento, in Puglia. A Li Muri, in Sardegna, sorge il più antico monumento megalitico dell'isola (2500 a.C.) costituito da cinque cerchi che si intersecano attorno a uno spuntone roccioso.

Il volume Archeostronomia Italiana di Giuliano Romano (l'"Archeostronomia" è la scienza che si occupa dei rapporti tra i complessi neolitici e la misurazione del moto degli astri) identifica varie stazioni astronomiche nel Triveneto: in Alto Adige sui colli Joben e San Pietro, a Castello di Godego e a Oderzo, presso Treviso, a Veronella alta, a Mel, presso Belluno. Da questi siti, osservando il punto dell'orizzonte sui quali sorgeva e tramontava il sole e la Luna, i nostri antenati riuscivano a individuare i momenti più propizi per affrontare il lavoro dei campi.

 

Pietre di Luni

"Zitto e mura" - diceva il capomastro - "altrimenti ci bloccano i lavori": così, distrutti dalla speculazione edilizia, sono finiti chissà quanti tesori provenienti dalla remota antichità. È il rischio che hanno corso anche le statue-stele, peculiare tipo di megaliti antropomorfi dell'altezza di un metro, un metro e mezzo ritrovati a Luni (La Spezia). Le statue-stele risalgono all età del bronzo, ma, fino a pochi decenni fa, la loro esistenza era nota solo agli abitanti della Lunigiana: qui, da sempre, a causa della loro forma squadrata venivano utilizzate per costruire le case. All'inizio del secolo, nel rimuovere una frana, un operaio del comune ne trovò nove a Pontevecchio, presso Sarzana, e avvertì la Sovraintendenza alle Belle Arti; oggi è possibile ammirarle al Museo di Luni nel loro allineamento originale.

Il contorno delle figure umane - molto stilizzate - è in rilievo, e veniva ottenuto scavando il resto della pietra; le figure sono prive di bocca, per impedire la fuoriuscita dell'anima, in modo che le statue-stele potessero restare vive .

Come molte divinità del passato, le statue-stele non vogliono essere disturbate, e sono protagoniste di una blanda versione della maledizione dei faraoni: si racconta, infatti, che chi le studia sia oggetto di dispetti e piccole disgrazie. Dopo aver realizzato un faticoso servizio fotografico (per ragioni burocratiche e d'altro genere aveva dovuto organizzare ben tre spedizioni), il giornalista Alessandro Capecchi ebbe un incidente d'auto in cui andò distrutta la macchina fotografica.

Delle regioni italiane, la Puglia è certamente la più ricca di megaliti. Il volume più completo sull argomento, Dolmen e Menhir in Puglia, di Paolo Malagrinò, ne elenca ben settantadue esempi, tra cui i famosi dolmen  della zona di Bisceglie, quello della Chianca e quello dei Paladini, la cui edificazione è popolarmente attribuita, appunto, ai Paladini di Orlando, che, secondo la leggenda, appartenevano a un popolo di giganti talvolta mostruosi.

 

Il mystero dei dolmen scomparsi

Sei dolmen  e quarantotto menhir , per un totale di cinquantaquattro monumenti megalitici sono scomparsi dalla Puglia da quando, poco più di un centinaio di anni fa, furono pazientemente censiti. Se la sparizione dei megaliti più piccoli è attribuibile ai turisti, ai vandali o ai contadini alla ricerca di pietre per murature a secco, altre lasciano francamente sconcertati. Il Dolmen  di Cocumola, per esempio, accuratamente riprodotto dal suo scopritore, certo De Giorgi, nel 1887, era costituito da sette pilastri informi su cui posava un piano di pietra lungo pi ù di quattro metri, largo un metro e sessantacinque e spesso una ventina di centimetri. Di questa pesantissima costruzione non esistono più nemmeno le tracce.

Il vaso venuto dal nulla...

Gli "oggetti fuori posto" sono quelli che - come dice il nome - si trovano dove non dovrebbero essere per esempio, candele d'automobile incluse in concrezioni geologiche antiche di milioni di anni, rospi vivi prigionieri nel carbon fossile, impronte di sandali in stratificazioni risalenti all'era dei dinosauri.

Charles Fort , il grande studioso di fatti misteriosi, ne catalogò moltissimi nei suoi libri.

Quello raffigurato in questa foto è uno dei più insoliti. Ciò che vedete è un vaso ritrovato nel 1851 all'interno di un blocco di granito sbriciolato dall'esplosione di una carica da mina fatta brillare nel corso di lavori di sbancamento, presso Dorchester nel Massachusetts.

Alto circa tredici centimetri, è fatto di una lega metallica sconosciuta, e le incisioni sono in uno stile che nessuno ha mai visto in reperti archeologici nella zona.

Il blocco di roccia all'interno del quale si trovava nascosto si era formato centinaia di milioni di anni fa.

Chi costruiva manufatti sul nostro pianeta, prima ancora che vi nascesse la vita?

Fonte: I misteri n. 14

 

 

 

 

 

 

Vita preistorica in Antartide

Sotto i ghiacciai dell'Antartide si nasconde un lago gigantesco che potrebbe racchiudere ancora forme di vita con più di un milione di anni.

Erano vent'anni che gli scienziati avevano cominciato a sospettarne l'esistenza; da quando, cioè, nel 1976, un aereo in volo sulla zona aveva registrato strani segnali radar. La conferma ufficiale adesso c'è. La documentazione è nelle immagini scattate di recente dal satellite europeo "Ers l", che hanno permesso a Gordon Robin, dell'università di Cambridge, e alla sua équipe di localizzarlo con precisione.

Il lago "polare" ha una superficie di 14mila chilometri quadrati e si trova a 4mila metri di profondità, proprio sotto la stazione di perforazione scientifica di Vostok.

Questa coincidenza ha bloccato i carotaggi che i glaciologi volevano iniziare nella zona, almeno fino al momento in cui non verranno trovati sistemi di trivellazione a tenuta stagna che consentano di escludere qualsiasi forma di contaminazione del lago.

l biologi sono, infatti, convinti che nelle sue acque potrebbero scoprire sedimenti di microrganismi rimasti isolati dal resto del mondo per un milione di anni. Un'ipotesi, questa, considerata plausibile dal momento in cui molti batteri già noti sono in grado di sopravvivere in condizioni estreme per svariate migliaia di anni.

L'Antartide è il continente che occupa l'area circostante il Polo Sud, ed è compreso quasi interamente nel Circolo Polare Antartico. E', di fatto, il sesto continente, più grande dell'intera America del Nord. Per il novantotto per cento è coperto di ghiaccio. Buio e gelido per otto mesi all'anno, nei lunghissimi mesi della notte invernale, l'intero continente è isolato da una morsa di ghiaccio larga 1600 chilometri.

«E' un mondo gelido e invivibile», commentò James Cook nel 1775 dopo aver circumnavigato per primo la mitica "Terra Australis"; «l'uomo non ne trarrà mai alcun beneficio». La corsa all'Antartide è cominciata da una quarantina d'anni, ma ha già fatto giustizia della profezia di Cook. Nonostante il suo clima impossibile e le enormi difficoltà logistiche e ambientali, l'Antartide si è rivelata, infatti, un laboratorio scientifico di fondamentale importanza per capire la dinamica del pianeta Terra.

 

Una spedizione cerca il sito del diluvio biblico.

5 settembre 2001

SOFIA (BULGARIA) – L’Arca di Noè potrebbe giacere ben preservata nelle profondità misteriose del Mar Nero?

Una spedizione congiunta Bulgaro-Statunitense sta ispezionando il Mar Nero alla ricerca di una civiltà perduta, una missione che potrebbe gettare più luce circa la data ed il sito del biblico Grande Diluvio.

Sotto la supervisione dell’esploratore subacqueo d scopritore del Titanic Robert Ballard, un gruppo di 19 scienziati ha lasciato la città portuale di Varna, circa 300 miglia ad est di Sofia, verso la metà di Agosto. La loro nave, l’"Akademik", userà la tecnologia sonar per cercare le foci dei fiumi Provadiyska e Kamchia.

Nel corso della loro spedizione di 30 giorni, saranno anche ricercate le prove sottomarine di abitazioni umane nella regione del Mar Nero, prima del diluvio descritto nel libro della Genesi dell’Antico Testamento. La Bibbia dice che Noè costruì un arca sulla quale lui, la sua famiglia e creature viventi di ogni tipi sopravvissero al diluvio. Numerose città si crede fossero situate lungo i corsi di entrambe i fiumi.

Alcuni scienziati teorizzano che una società che precedette quelle dell’Egitto e della Mesopotamia furono sommerse dal Mar Nero al tempo del massiccio diluvio 7600 anni or sono. Il diluvio trasformò il lago dalle acque dolci in un lago dalle acque salate.

Ballard, insignito del riconoscimento del National Geographic "Esploratore in Residenza", è meglio conosciuto per aver trovato i resti del Titanic nel 1985. Ha anche operato all’Istituto per l’Esplorazione a Mystic, Connecticut. Tre anni or sono, ha trovato indicazioni di antiche linee di costa, alcune miglia al di sotto dell’attuale costa del Mar Nero.

Anche se non ha preso parte alla spedizione attualmente in corso, Ballard è in comunicazione continua via satellite con il gruppo. Egli ha riferito che se la spedizione avrà successo, tornerà nel 2003, quando proseguirà la ricerca con Hercules, un robot sviluppato per scavi archeologici sottomarini di precisione.

La spedizione è stata finanziata dalla Società del National Geographic, che ha in programma un libro ed un programma televisivo sulla ricerca di Ballard nel Mar Nero.

"Cerchiamo prove di stanziamenti ove la gente vivesse prima del diluvio" ha riferito Ballard ai giornalisti nel corso di un breve soggiorno in Bulgaria. "L’inondazione interessò tutto il mondo 7600 anni or sono, ma "questo fu il diluvio dei diluvi"."

Nel 1999 il gruppo di Ballard aveva scoperto una nave di legno in condizioni "assolutamente impressionati" – nonostante avesse 1500 anni - nel Mar Nero, a largo delle coste della Turchia.

"Quando gli archeologi videro la nave, dissero che poteva benissimo essere affondata una settimana prima, per quanto era ben conservata" riferisce Ballard.

Le acque uniche perché prive di ossigeno delle profondità del Mar Nero, hanno permesso al relitto mantenersi integro senza subire i normali danni da erosione che affliggono i vascelli di legno. A differenza degli altri oceani, le acque profonde del Mar Nero non consentono la circolazione e la dispersione di ossigeno, e ciò previene la formazione di microrganismi che distruggerebbero i relitti.

In aggiunta alla nave ben preservata, sono stati trovati tre altri relitti, nelle acque torbide dove si trova un po’ di ossigeno. Questi ultimi soffrivano però i danni dell’erosione.

Secondo una teoria che Ballard ed i suoi colleghi sottoscrivono, quando i ghiacciai si sciolsero alla fine dell’Era Glaciale, l’acqua che fluiva dal Mediterraneo attraversò il Bosforo ad una velocità 200 volte superiore a quella delle Cascate del Niagara.

"La nostra missione ora è quella di trovare l’antica linea di costa, 510 piedi al di sotto del livello del mare, e le prove di abitazioni umane prima del diluvio" dice Ballard. "Abbiamo potuto affrontare la spedizione grazie alle mappe preparate dal Professor Petro Dimitrov e dai suoi colleghi, che mostrano l’antica linea di costa".

Dimitrov, capo dell’Istituto Bulgaro di Oceanografia, ritiene che le prove di una civiltà perduta possano essere trovate nelle profondità del Mar Nero. "Nel 1972 una necropoli Neolitica contenente le più antiche tombe scoperte in Europa fino ai nostri giorni, furono scoperte presso Varna" ricorda Dimitrov. La necropoli, ora in mostra al museo archeologico di Varna, era stata datata al 4600-4200 a.C.; contiene 294 tombe e circa 3000 oggetti d’oro, 200 oggetti di rame, vari strumenti di pietra e numerosi oggetti funerari o religiosi.

Durante una spedizione Bulgaro-Russa nel 1985, Dimitrov aveva trovato un’antica placca di pietra a circa 40 miglia a largo, successivamente battezzata la "Placca di Noè".

"La mia impressione è che non sia caduta da una nave affondata, ma che sia stata usata dalla gente che popolava queste zone" ha riferito Dimitrov.

 

 

Scambio di poli

di Mario Arthos

Ci siamo abituati a considerare immutabili le orbite dei pianeti del nostro sistema solare. In realtà, esse (come l'inclinazione degli assi dei vari corpi celesti) sono il frutto di complessi rapporti tra i reciproci campi gravitazionali: una situazione di equilibrio instabile, che potrebbe mutare in favore di equilibri diversi.

I geologi che studiano il passato della Terra hanno riscontrato che i mutamenti del clima hanno quasi sempre coinciso con cambiamenti nel campo magnetico del nostro pianeta. Che rapporto ci sia tra i due fenomeni non è chiaro; ma c'è chi avanza l'ipotesi che l'estinzione improvvisa di intere specie viventi - i dinosauri ne sono un esempio - verificatasi più volte nel passato, sia da far coincidere con le brusche alterazioni del campo magnetico.

Che queste alterazioni si siano verificate, è ormai provato scientificamente.

Non si tratta di eventi avvenuti in remote ere geologiche. Secondo alcuni ricercatori, in tempi relativamente recenti, misurabili in migliaia di anni, la posizione dei poli era molto diversa dall'attuale. C'è anche chi parla di uno scambio di posizione fra Polo Nord e Polo Sud. Un nuovo rovesciamento improvviso dei poli magnetici, come quello che pare sia avvenuto in passato, provocherebbe forti terremoti lungo le faglie della crosta terrestre e gigantesche ondate di marea, generatte da movimenti dei fondali oceanici.

Si delineerebbe uno scenario di isole inghiottite dai flutti, coste spazzate dalle onde, porzioni di continenti sommerse mentre, al contrario, parte dei fondali potrebbe emergere alla luce.

Una prospettiva da Diluvio Universale. Alcuni profeti moderni, tra i quali Edgar Cayce, hanno diffuso, fra l'incredulità generale, visioni di questo tipo; ma forse, dopo le scoperte della scienza a proposito del campo magnetico terrestre, sarebbe bene considerare le future possibili catastrofi con minore scetticismo.

Se - come già descritto da certe leggende - l'asse della Terra dovesse ribaltarsi completamente, tutto il pianeta sarebbe squassato da uragani e onde di marea. Ci sono indizi che conforterebbero quanto detto dalle leggende a proposito di questi cataclismi. I grandi depositi di carbone in Inghilterra indicano che un tempo quelle regioni dovevano avere clima tropicale, con grandi foreste e paludi. Anche vaste aree del Nord America erano analogamente ricoperte da foreste pluviali. Per contrasto, l'Australia occidentale e l'America meridionale erano sepolte sotto una coltre di ghiaccio. Una possibile spiegazione a queste anomalie venne offerta negli anni '20 da Alfred Wegener con la teoria della "deriva dei confinenti", che tuttavia presuppone che enormi masse continentali siano col tempo spostate di migliaia di chilometri dalle loro posizioni originali. Secondo alcuni, l'ipotesi di un ribaltamento dell'asse terrestre costituisce una spiegazione più semplice. Sarebbe risolto anche il problema del ritrovamento di mammuth (i grandi elefanti primigeni) nella gelida Siberia, in un ambiente non certo in grado di supportare l'abbondante vegetazione necessaria per il sostentamento degli enormi mammiferi. Prima che i poli si spostassero, la Siberia aveva un clima tropicale, e i mammuth vi prosperavano. La coltre di gelo cadde così rapidamente da intrappolare nel ghiaccio mammuth interi, la cui carne si è conservata praticamente intatta per decine di migliaia di anni.

Un esemplare venne ritrovato con nello stomaco fiori non ancora digeriti. Se si dà una botta sufficientemente forte all'asse di un giroscopio, l'apparecchio può ribaltarsi completamente, continuando a girare nella nuova posizione di equilibrio. La Terra può essere vista come un enorme giroscopio, al quale l'avvicinarsi di qualche corpo celeste, o l'influsso combinato di diversi campi gravitazionali, può aver fornito in passato una "botta" abbastanza forte da ribaltarsi.

Un ingegnere americano di nome Hugh Brown ha ipotizzato nel 1967 che l'asse terrestre abbia subìto un'oscillazione di 90 gradi, non più tardi di settemila anni fa. Secondo Brown queste oscillazioni avrebbero carattere periodico; questo sembra del tutto improbabile: ma non implausibile è che spostamenti occasionali si siano effettivamente verificati nel passato.

Un sostenitore delle teorie di Brown, Adam Barber, ha avanzato una profezia in un volume dall'ottimistico titolo Il prossimo cataclisma, peggiore della bomba H. Secondo lui, nei prossimi dieci anni, comunque prima del 2005, l'asse terreste subirà un nuovo spostamento di ben 135 gradi, con conseguenze incalcolabili. La prospettiva è stata presa seriamente in esame da un geofisico, Peter Warlow, in un articolo pubblicato dall'autorevole Journal of Physics nel 1978. Secondo Warlow, lo spostamento sarà di 180 gradi: vale a dire un ribaltamento completo, con il Polo Nord al posto del Polo Sud. I suoi calcoli dimostrerebbero inoItre che questo evento si verifica all'incirca ogni due/tremila anni.

Come Immanuel Velikovsky, Warlow ha analizzato le narrazioni mitiche in cerca di prove per la sua teoria. Secondo lui, gli antichi Egizi hanno registrato quattro diversi ribaltamenti, in seguito ai quali il Sole è apparso mutare la direzione del suo corso nei cieli. I più recenti si sarebbero verificati nel 700 avanti Cristo, e prima ancora nel 1500 a.C.

Quest'ultimo evento corrisponderebbe alla data dell'estinzione della civiltà minoica a Creta, secondo Velikovsky.

 

Silvestro: Papa Mago

( di Nica Fiori)

Nell'imminenza dell'anno 1000 grande era l'attesa per la fine del mondo.

Mille e non piu' Mille, si diceva in tutta l'Europa. Il giorno dell'ira,

del Giudizio Universale, sarebbe venuto allo scadere del millennio.

Guerre, carestie ed epidemie non facevano che preannunciare l'estinzione

dell'umanita', oltre a particolari segni del cielo, come una pioggia di

sangue in Aquitania o una grandine di pietre sul castello di Joigny.

Secondo l'opinione corr

 

 

Armonia_nella_mente@libero.it

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