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Atlantide dei Templari di Armand de Chàte di Mariano Tomatis Traduzione dal latino della lettera di Armand de Châteauroux all'eccellentissimo Padre Juan Pérez a cura di Mariano Tomatis Atlantide dei Templari
Prefazione "La cosa più grande dalla Creazione del mondo, eccetto l'incarnazione e la morte del suo Creatore, è la scoperta delle Indie" scriveva il cronista spagnolo Francisco Lopez de Gomara negli ultimi anni del XV secolo; una lode implicita all'ammiraglio genovese Cristoforo Colombo, la cui gloria rende paradossale il fatto che ancora oggi ignoriamo quasi tutto dei suoi primi 25 anni di vita. "D'altra parte" scrive lo storico Michel Lequenne, "gli avvenimenti che costellano la sua vita, la genesi della sua scoperta, e persino la vera natura di questa, sono coperti da una fitta rete di misteri.". E' forse quest'alone d'enigma che ha portato gli storici e i mistificatori di ogni tempo ad elaborare le teorie più varie intorno al navigatore genovese: fu ritenuto a seconda delle occasioni un giudeo, un Cavaliere di Cristo, un eresiarca sostenitore di una religio universalis, un Templare...Ritengo, di conseguenza, che giungerà gradita la traduzione italiana della Lettera di Armand de Châteauroux all'eccellentissimo Padre Juan Pérez non solo per l'apporto che potrà fornire allo storico interessato a risolvere le contraddizioni presenti nelle biografie "ufficiali" di Cristoforo Colombo (che Armand chiama sempre con il nome spagnolo di Cristobal Colón), ma soprattutto per la testimonianza oculare che il frate francese dà di quel luogo nominato - nella letteratura specializzata - con quella "maledetta parola che inizia per A".Il manoscritto che riporta le vicende di padre Armand, rinvenuto nell'agosto 1997 in un scantinato di Venezia, mi è stato ceduto a modico prezzo dall'ingegner Tommaso Traian, che ringrazio cordialmente. Non si tratta dell'originale, datato 1507, ma di una copia realizzata alla fine del secolo XIX. Il testo documenta un solo passaggio di Armand de Châteauroux nel capoluogo veneto, tra il 1472 e il 1473. E' fatto innegabile, dunque, che il manoscritto vi sia giunto per altra via. Destinatario della missiva è Padre Juan Pérez, priore del convento francescano di La Rabida, distante sei chilometri da Palos. Secondo alcuni biografi, fu proprio tramite il priore Juan Pérez che Colombo, nel 1485, entrò in contatto con i monaci di La Rabida, cui affidò il figlio Diego. La mediazione del destinatario della lettera fu provvidenziale all'ammiraglio genovese per ottenere il consenso della regina Isabella di Spagna alla spedizione verso le Americhe. Il mittente è tale Armand da Châteauroux, cistercense francese conosciuto a suo tempo sotto il falso nome di Armanio da Castellón de la Plana. In nessun archivio dell'epoca, neppure a Cîteaux, ove prese i voti nel 1459, compare alcun riferimento all'autore della lettera. Questa, scritta a La Rabida nel settembre 1507, può essere considerata una sorta di sua autobiografia. In essa egli rende testimonianza dei numerosi luoghi visitati durante i frequenti viaggi per mare, a seguito delle navi del genovese Enrico La Spinola. La lettera mostra una struttura bizzarra. Come in un gioco di scatole cinesi, il resoconto manoscritto di Armand si incentra a sua volta su una lettera manoscritta ritrovata dal frate francese. Quest'ultima, inviata nel 1140 da uno sconosciuto sacerdote che si firma pater Johannes al papa Onorio II, venne riportata già nel 1992 da Alfredo Castelli in un suo lavoro dal titolo "La quarta caravella". Gli eventi vissuti da Cristoforo Colombo nel 1469 e citati da Armand trovano analoga corrispondenza nello scritto di Castelli, cui mi sono anche riferito per la traduzione italiana della lettera dell'ignoto sacerdote. Per tutti questi motivi a lui vanno i miei più sentiti ringraziamenti.Sono al corrente dei rischi che corro innanzitutto presentando questo manoscritto come autentico, ma ancor più proponendo un'ulteriore testimonianza dell'esistenza di una terra il cui nome suscita ancora l'ilarità da parte degli studiosi della cosiddetta "Storia Ufficiale". Temo, infatti, che lo scritto di Armand possa insieme essere accolto con indifferenza dagli storici e ingiustamente strumentalizzato da occultisti, che lo citeranno a riprova delle loro dubbie teorie. Mi risolsi a pubblicare la lettera di Armand quando m'accorsi che, citando la stessa, "la luce della Verità conferiva a quelle parole uno splendore insolito, che non mi lasciava pace". Sono conscio d'offrire all'attenzione del lettore una cronaca affascinante, che darà, tra l'altro, una soluzione forse definitiva dell'ormai secolare mistero della firma di Cristoforo Colombo, su cui da tempo storici, archeologi ed occultisti stanno congetturando. Un resoconto puntuale che potrà contribuire a far luce sull'enigmatica figura dell'uomo che (per primo?) ha scoperto un Nuovo Mondo. Mariano Tomatis
Omio eccellentissimo maestro, il Signore mi conceda la grazia di redigere un resoconto verace e rigoroso degli accadimenti che mi videro protagonista durante l'ultimo quarto del secolo da poco terminato, nonostante i miei ricordi siano ormai sbiaditi e questo manoscritto, per le rivelazioni insidiose ed eretiche, difficilmente sopravviverà alla furia di coloro che rifuggono la Scienza e la Ragione. Invio a voi memoria delle terre che toccai quando il mio corpo era ancora privo di quegli umori che ora mi condannano a vivere in questa cella umida, allietato soltanto dalla fragranza del muschio ormai arrampicatosi sulla corrotta inferriata che mi separa dal chiostro. Ho opinione che delle mie visioni e dei miei viaggi non debba esser resa testimonianza che a voi, che avete conoscenza delle trame del maligno e potete distinguere ciò che può esser scoperto al volgo da ciò che invece dev'esser occultato tra i silenti scaffali della nostra biblioteca. A voi, Padre Juan Pérez, affido la mia testimonianza, accurata quanto veritiera, nella speranza che Nostro Signore mi perdoni di aver rivelato, sine malitia, particolari affidatimi in confidenza da peccatori di cui ho deciso di tacere i nomi, nel desiderio forse vano di ottenerne una pena minore nel Giorno del Giudizio. Armand de Châteauroux La Rabida, 11 settembre 1507
E' con atteggiamento penitente che mi accingo a narrare gli anni che vissi lontano da questo convento. Mi pento e riconosco di non avervi mai reso partecipe dei fatti mirabili di cui fui protagonista. Anni vissuti altrove sono stati causa di mormorii e storie intorno alla mia persona che i novizi ancora oggi si confidano in segreto e che forse sono giunte anche ai vostri orecchi. Riferisco a voi, Padre eccellentissimo, che si tratta di null'altro se non fantasticherie nate in seguito al mio rifiuto di rivelare le mie origini francesi. Io sono conosciuto da quasi trent'anni dai francescani di La Rabida come Armanio da Castellón de la Plana. Armand de Châteauroux fu, invece, il nome che mi venne assegnato da mio padre. Nella vostra indulgenza confido, chiedendovi perdono per avervi celato così a lungo il mio vero nome. O Padre eccellentissimo, comprenderete presto la necessità di mutarlo e di celare le mie origini, nascondendole sotto una falsa provenienza dalla città spagnola di Castellón. Ecco, dunque, la verità sugli anni che mi videro lontano da questo convento, nel quale dal 1481 dimoro lodando il Nome dell'Altissimo. Trascorsi gran parte della mia infanzia presso Châteauroux, dove appresi la lingua latina, quella greca e alcuni rudimenti della lingua degli infedeli. Fui in grado di avvicinare i testi dei padri della Chiesa, e potei così apprezzare Agostino e tutta la Scolastica. La biblioteca cui accedevo conservava anche manoscritti di autori pagani, come Cicerone e Seneca, ed opere di filosofi greci, tra i quali, con meraviglia e piacere intellettuale, potei apprezzare Platone ed Aristotele. Fui affidato alle cure dei cistercensi di Cîteaux nel 1453, in seguito alla morte di mio padre. Celebre per aver ospitato San Bernardo di Chiaravalle, il monastero si ergeva imponente su una rocca scoscesa dal lontano 1098, vigilia della conquista della Città Santa. Ne era priore Corrado d'Avignone, uomo dallo sguardo penetrante e severo, dotato di straordinario acume. Fui affidato alla cura della cripta, dove potei ammirare i tesori ivi custoditi. La mia mente non potrà mai cancellare il ricordo delle mirabilia cui mi trovai innanzi e di cui ero personale responsabile. Vidi un frammento della Santa Croce, su cui Nostro Signore trovò la morte. E vidi un brandello della tunica di San Giuseppe. E il piatto, inciso nel legno della pace, utilizzato da Gesù Cristo durante l'Ultima Cena. E una ciocca di capelli di Giovanni Battista. Per otto anni, mio compito fu quello di tenere in ordine i reliquiari e gli scrigni che si trovavano nella umida cripta.Presi i voti nel marzo del 1459. Un giorno di novembre del 1460, ormai entrato nel ventunesimo anno di vita, ebbi un colloquio con Giuseppe da Montefeltro, un fratello italiano conosciuto durante i miei primi giorni di permanenza a Cîteaux, profondo conoscitore della filosofia greca. Confrontammo le nostre posizioni sul pensiero di Aristotele, e ci trovammo concordi nel ritenere il sillogismo la base della logica. Mi disse d'aver studiato su un testo del filosofo greco di cui ignoravo l'esistenza, assicurandomi che ne avrei trovata un'ottima traduzione in francese nella biblioteca del monastero. Aggiunse sibillinamente che "cotesto volume era liberamente accessibile". Quale significato avevano queste parole? Forse che nel monastero esistessero testi proibiti? Lo interrogai riguardo l'accesso alla biblioteca, ed egli mi spiegò che tutti i libri presenti sugli scaffali erano consultabili nello scriptorium. Quando comprese che nelle mie parole si insinuava un sospetto velato, aggiunse che di altri documenti addirittura il priore ignorava l'esistenza. Non volli che la mia eccessiva curiosità frenasse le sue parole, dunque mi allontanai senza interrogarlo su questi fantomatici documenti. Sperai invano che i giorni successivi egli ritornasse sull'argomento. Mi domandavo per quale oscuro motivo egli potesse essere a conoscenza di testi la cui presenza era ignorata persino da Padre Corrado. Seppi in seguito che egli era stato confessore di Arnaldo di Cîteaux, l'ex-priore del monastero, deceduto in circostanze mai chiarite durante l'incendio che aveva coinvolto le stalle e parte del refettorio. L'unica ipotesi plausibile era che fratello Giuseppe fosse stato informato da Arnaldo della presenza di testi proibiti, nascosti in qualche luogo del monastero. Ma le trame dell'Altissimo sono spesso lontane dalla Ragione Umana, e Provvidenza volle che nel prendere in mano uno scrigno d'avorio e onice dalla cripta, urtassi inavvertitamente una candela, che cadde per terra creando un effetto di luce sinistro. L'umidità del terreno spense in pochi istanti la fiammella, ma io non potei ignorare l'intarsiata superficie delle pietre del pavimento che da ormai quattro anni calpestavo. Erano sempre apparse ai miei occhi perfettamente levigate, mentre si rivelavano per un brevissimo istante incise in modo tutt'altro che casuale. Nella penombra completa, raggiunsi l'acciarino che custodivo in una cassetta di legno, e raccolta la candela, dovetti attendere un po' di secondi prima che l'umidità dello stoppino permettesse alla fiamma di ardere ancora. Riportai il cero sul candelabro, ma notai che il pavimento sembrava nuovamente levigato e lucido. Stupito per il gioco di luce, avvicinai la candela al terreno, e finalmente riapparvero le incisioni, rimaste invisibili ai miei occhi per quattro anni grazie all'ingegno di colui che aveva predisposto il candelabro in quell'unico punto, dal quale la luce creava un effetto ottico che occultava in maniera stupefacente i solchi della pietra. Una lastra circolare era attorniata da frammenti di roccia più piccoli, disposti a corona. Su ognuno di essi erano stati scolpiti dei raggi che sembravano provenire dalla pietra centrale, la quale riportava una profonda croix pattée templare. Ero a conoscenza del soggiorno che qui a Cîteaux fece San Bernardo di Chiaravalle, colui che nell'Anno del Signore 1128 convocò il concilio di Troyes per riconoscere la nuova militia Christi fondata da Ugo di Payns dieci anni prima e scrivere la regola per l'Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo. Fui nondimeno colpito da quella incisione, e mi avvicinai per esaminarla. Si trattava del coperchio di una piccola botola, che scoprii senza sforzi, sollevando la lastra. Il buco che si discoperse aveva un diametro che permetteva ad una mano di penetrarvi con facilità. E riuscii ad afferrare un rotolo di pergamena che si trovava sul fondo dell'incavo. Invoco il perdono del Signore Nostro Gesù Cristo per ciò che feci di quella pergamena, ripensando oggi al fatto che quel rotolo ingiallito dal tempo mi portò a vedere tanti luoghi e udire tante voci che forse mai più uomo vedrà né udrà, prima che il Giorno del Giudizio avrà riunito sotto la volta celeste l'intera stirpe dei discendenti d'Adamo. Nonostante la nostra Regola ci imponesse di compiere ogni azione previa autorizzazione del priore del monastero, riposta la lastra di pietra nella posizione originaria, ruppi il sigillo di ceralacca per poter osservare il contenuto di quell'involto, come rapito da quella scoperta. Stavo violando un documento papale.
"Summo ac Venerandissimo Pontifici Honorio, rendo grazie al Signore di cui io, padre Giovanni, sono umile e devoto sacerdote, per aver posto fine all'odissea iniziata dieci lunghi anni fa, allorché nel 1130, presi il mare da Genova diretto verso Cadice. Oltrepassate le Colonne d'Ercole, una furiosa tempesta si abbatté sulla nave. I marinai erano terrorizzati, e a stento riuscii a calmarli, intonando salmi. La tempesta si protrasse per giorni e notti. Sembrava che la collera del cielo si fosse scatenata sul capo del suo misero servitore. Governare la nave era impossibile. Molti perirono, strappati via dalle onde. Poi, il decimo giorno, il vento si placò, ma poche erano le possibilità di salvezza. Il cibo scarseggiava, le provviste rimaste si consumano sotto il sole. Anche l'acqua, di cui avevamo raccolto un'abbondante scorta durante la tempesta, si imputridiva nei barili. Alberi e vele erano stati danneggiati dal fortunale, tuttavia l'imbarcazione procedeva egualmente, trascinata da una corrente sconosciuta. Giorno dopo giorno, spinti da venti impetuosi che gonfiavano ciò che rimaneva della vela, verso un destino sconosciuto. Solo la fede mi impedì di compiere l'atto supremo e di togliermi la vita, anche se non ero certo - che Dio mi perdoni - che le tenebre dell'inferno fossero peggiori degli orrori di quel viaggio. Non so neppure quanto tempo durò quell'agonia. Ma un giorno all'orizzonte comparve, inaspettatamente, una terra sconosciuta. Quando approdammo, fummo accolti da uomini con la pelle rossa, acconciati con penne variopinte. Questi indigeni non portavano né bastoni, né zagalie, né altro tipo di arma. Erano miti e gentili, e io immaginai che così avremmo potuto essere se non avessimo perduto per sempre il Paradiso Terrestre. Quella terra era ricca e generosa, sia di frutti che di cacciagione, oro e pietre preziose e i suoi abitanti ci accolsero come fratelli e ci sfamarono. Io parlai loro del Dio giusto che sta nei cieli, e molti dei loro capi vollero convertirsi alla vera fede. Tra i superstiti del naufragio vi era il carpentiere di bordo. Con il suo aiuto, e con quello degli uomini dalla pelle rossa, riparammo la nostra nave e un'altra ne costruimmo. Mi stupii della velocità con cui quelle creature che Dio aveva voluto creare al di là dell'oceano impararono a maneggiare strumenti che non avevano mai visto prima. A bordo delle navi gemelle, esplorammo una parte di quella terra sconfinata, e vedemmo cose fantastiche e prodigiose. Immensi alberi alti fino alle stelle, le cui radici formavano di per se stesse una foresta, paludi senza fine, popolate da animali meravigliosi e sconosciuti, e soprattutto una sorgente, che gli uomini dalla pelle rossa chiamavano "fonte della vita". Io stesso lasciai che l'acqua mi scorresse sugli abiti, e d'improvviso sentii svanire la stanchezza per il lungo viaggio. Mi parve che le membra si facessero più leggere e mi sembrò di essere tornato vigoroso come negli anni della gioventù. Compresi che avevo trovato quel sacro luogo per volere di Dio e volli che Santità Vostra fosse a conoscenza dell'Arcadia in cui ero giunto portato dai venti, e scrissi questa lettera, e poiché non voglio abbandonare i miei fedeli, affiderò il mio messaggio a coloro che mi hanno accompagnato per molti viaggi e meglio conoscono la manovra della nave e Iddio Onnipotente sarà il capitano. Nei lunghi anni della mia permanenza ho insegnato ai miei fedeli il latino. Essi potranno riferire a viva voce a vostra santità la potenza e la fede del reame che vengono ad offrirvi, e descrivervi le meraviglie di queste terre create da Dio Onnipotente a sua maggiore gloria, e io spero che vostra santità si degni di concedere a questi coraggiosi messaggeri la sua personale benedizione. Il vostro devoto pater Johannes." Le rivelazioni mirabili e sorprendenti contenute nella lettera, risalente al 1140, erano indirizzate a Papa Onorio II, il quale non ebbe certo modo di venirne a conoscenza. Sua Santità morì nel 1130, lasciando il pontificato a Innocenzo II, che per qualche oscuro motivo aveva occultato in un monastero francese documenti che contenevano riferimenti a terre oltre le colonne d'Ercole. Ma a quali terre si riferiva il mittente pater Johannes? Sapevo che le Sacre Scritture non parlavano di terre al di là dell'Oceano; si trattava, dunque, di rivelazioni null'altro che fantasiose oltre che insidiose per la fede cristiana. Tutto questo non spiegava, però, il fatto che non fossero state distrutte, bensì nascoste sotto un sigillo templare. Rivolsi il mio pensiero a San Bernardo di Chiaravalle. Era lui, infatti, l'unico elemento che poteva spiegare la presenza di una croix pattée a Cîteaux, sotto la quale un documento papale era celato da quasi tre secoli. Nascosi la pergamena all'interno della mia cella, e ne ricopiai ogni parola sul vello che tuttora conservo su questo mio tavolo, grazie al quale oggi ho potuto riprodurre l'originale su questa pergamena che vi invio. Quando il senso di colpa prevalse sullo stato d'eccitazione che il testo di quella lettera mi aveva procurato, provai un profondo desiderio di confessare il mio peccato a Corrado. Non lo trovai presso la sua cella, e mi fu indicato di raggiungerlo nella cappella. Quando vi giunsi, lo trovai in piedi dinanzi ad una vetrata finemente lavorata, raffigurante Giuseppe d'Arimatea con due dita sollevate in segno di benedizione. Preferii essere diretto, e mostrargli la pergamena ritrovata. Gli dissi che i sigilli erano già infranti nel momento in cui la rinvenni nella cripta, nascondendogli il fatto che ne avevo letto il contenuto e ne ero rimasto impressionato. Egli la prese tra le mani con sguardo impassibile, abbassando gli occhi e fissando il rotolo ingiallito, quasi imbarazzato per la sua incapacità di mostrare una benché minima reazione al mio straordinario ritrovamento.Poi, mantenendo lo sguardo fisso al suolo, mi disse che non avrei dovuto riferire a nessuno del mio ritrovamento. Si fermò per un momento, e sollevando il capo mi chiese se avevo esaminato il contenuto della pergamena. Mi accorsi che non potevo mentire. Gli dissi sottovoce: "Maestro, vorrei ricevere il perdono dei miei peccati." Egli capii che mia intenzione era quella di rivelargli, sotto il segreto confessionale, che avevo letto il manoscritto. Evidentemente quella mia richiesta era già una confessione, ed egli si limitò a dirmi che il mio confessore era Jacopo da Trani, e che il fratello italiano sarebbe stato lieto di poter liberare la mia coscienza dal peso del peccato. Trascorsero i giorni, ma un profondo turbamento mi impediva di lodare l'Onnipotente con animo sereno. Lasciai il monastero il 17 gennaio 1461, allorché venni a sapere che il priore aveva convocato l'Inquisizione con urgenza. Capii che si stava tramando alle mie spalle un'imboscata. Ne avevo avuto sentore alcuni giorni prima, quando avevo trovato nella cripta, nascosti sotto un panno di velluto che utilizzavo per lucidare i reliquiari, alcuni libri scritti dagli Infedeli. Chiunque avesse messo lì quei volumi non poteva certo sapere che i miei studi giovanili comprendevano una superficiale ma non disprezzabile conoscenza del moresco. Fu grazie a questo che mi accorsi delle insidie alla fede cristiana che presentavano quei testi. Il primo, di un certo Al Kuwarizmi, era dedicato all'osservazione astrologica della volta celeste, pratica proibita dalla Chiesa di Roma, soprattutto se eseguita secondo i dettami di un Infedele. Un secondo volume descriveva la preparazione di un infuso che, assunto secondo certe dosi, poteva dare visioni. Un terzo volume trattava l'arte magica, analizzando in particolare stregonerie e invocazioni diaboliche. Pensai immediatamente che se qualcuno avesse trovato nella cripta libri del genere, non gli sarebbe stato difficile dubitare della mia ortodossia in materia di fede. Si saliva sul rogo per molto meno. Riuscii a liberarmene molto celermente, interrogandomi sul motivo per cui si trovassero in un luogo che soltanto io frequentavo. Lasciai Cîteaux in incognito, sospettando un complotto organizzato contro di me da Corrado d'Avignone [1]. Portai con me, come unico bagaglio, la copia della pergamena di padre Giovanni. Raggiunsi in un paio di settimane Carcassonne, dove fui ospitato dal fratello minore di mia madre, che ivi possedeva un vasto appezzamento terriero coltivato ad avena e granoturco. Rimasi da lui per alcuni mesi, evitando di mostrarmi alle adunanze pubbliche per il timore di esser riconosciuto da messi di Corrado. Conobbi un frate benedettino che mi fu presentato dal mio albergatore, e con lui ebbi occasione di parlare della pergamena. Gliela mostrai, ed egli ne rimase turbato, quasi fosse un sacrilegio anche solo leggere le parole di pater Johannes, che le aveva vergate quasi tre secoli prima. Poi mi raccontò di aver passato alcuni anni a Tolone, e di aver navigato a lungo come sacerdote di bordo. Durante i brevi soggiorni nei porti che raggiungeva, gli era capitato di venire a contatto con molte carte nautiche. In una occasione particolare, sbarcato a Cadice, fu incaricato di sgomberare la stiva di una nave dai barili di melassa che vi erano contenuti. Tra le botti scorse una cassa marchiata a fuoco, riportante una data che non ricordava, ma che gli era apparsa molto antica. Scoperchiata, vi ritrovò non melassa, ma "monili dalla fattura sì mirabile, che non potevano provenire che dalle terre del Cathai". Sul fondo della cassa, ritrovò una carta gravemente danneggiata dalla salsedine che l'aveva intaccata durante i frequenti allagamenti della stiva. Prima di sbriciolarsi tra le sue dita, egli poté notare che la direzione di navigazione seguita dalla nave era stata da ovest ad est. Trovò strano questo fatto, in quanto il regno del Gran Cane [2] si trovava ad oriente dell'Ispagna, ragion per cui un viaggio dal Cathai a Cadice doveva aver seguito la direzione opposta a quella segnalata dalla mappa. Concluso il lavoro di sgombero, si informò sulla provenienza della nave. Gli dissero che si trattava di una cocca anseatica costruita a La Rochelle per conto della Chiesa di Roma, e che era rimasta possedimento papale fino a un secolo prima, quando era stata ceduta al re di Ispagna. La lettera di padre Giovanni, che parlava di un viaggio verso ovest oltre le colonne d'Ercole, gli aveva richiamato alla mente quella carta nautica e quei monili, giunti da ovest verso l'Europa. Le Sacre Scritture non parlavano di terre oltre le colonne d'Ercole, eppure quel manoscritto sembrava giungere da luoghi sconosciuti a tutta la cristianità. C'era corrispondenza tra l'origine di quei tesori e le terre su cui era sbarcato pater Johannes? Discutemmo a lungo di questi fatti sottovoce, consapevoli della pericolosità delle nostre ipotesi che avrebbero gravemente insidiato la fede del popolo cristiano nell'infallibilità dei testi biblici. Riuscii ad ottenere una lettera con il sigillo del monastero benedettino, e alla fine del 1461 raggiunsi una abbazia che sorgeva a pochi chilometri da La Rochelle, con l'intento di scoprire l'origine di quel manoscritto. Mutai il mio nome in Armanio da Castellón de la Plana e fui presentato ai miei confratelli come un frate spagnolo emigrato in Francia sedici anni prima a seguito del padre (questo per giustificare la mia perfetta pronuncia del francese e la mia scarsa conoscenza della lingua ispanica). Venne ordinato a tutti di non interrogarmi sul passato a causa dell'impiego di mio padre, che lo portava a mantenere un'assoluta segretezza intorno ai suoi affari. Si crearono, per questo, situazioni che mi indussero al riso, come quella volta che colsi di sorpresa alcuni novizi che speculavano sulle possibili attività del mio genitore, solo io sapendo che - pace all'anima sua - egli era ormai deceduto da otto anni. Nell'abbazia potei consultare un gran numero di documenti ed archivi, nei quali trovai molti riferimenti a navigazioni compiute nei secoli scorsi, oltre che a progetti futuri di notevole interesse. Tra i vari, ne spiccava uno particolarmente temerario. Sei anni prima [3] l'Impero Ottomano aveva conquistato gran parte dell'Asia [4], controllando così le vie utilizzate dai mercanti per raggiungere i paesi delle spezie. Un navigatore chiamato Fernão Gomez da alcuni anni stava sottoponendo allo studio della corte di re Alfonso di Portogallo un tragitto che, oltrepassate le colonne d'Ercole, avrebbe costeggiato la costa dell'Africa verso Sud, nella speranza di trovare un passaggio ad est da attraversare per raggiungere l'Estremo Oriente via mare. (Come saprete, raggiunse otto anni dopo un'isola che chiamò Fernando Póo, fallendo nel suo tentativo di circumnavigare il continente africano, impresa riuscita solo due lustri or sono da Vasco da Gama.) Consultai l'Imago mundi incipit del cardinal d'Ailly, nel quale il dotto francese aveva cercato di dimostrare la perfetta concordanza delle scienze profane, quali l'astronomia e la cosmografia, con la teologia, l'Historia rerum ubique gestarum dell'allora papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini e l'Historia naturalis di Plinio. Ebbi la possibilità di approfondire i miei studi su Aristotele, ritrovandovi verità valide ancora oggi, e su autori come Tolomeo, Marino di Tiro e il profeta Esdra, del quale annotai l'affermazione per cui solo la sesta parte della Terra è coperta dalle acque. Potei consultare anche manoscritti molto rari: l'abbazia custodiva la traduzione in francese di un testo del cosmografo arabo al-Farghani (citato dal cardinal d'Ailly come Alfraganus) che riportava misure accurate delle terre emerse e degli oceani che le circondavano. Non tralasciai antichi testi della letteratura greca, dalla vastissima "Descrizione della terra" del geografo Ecateo di Mileto [5], fino ad un fondamentale testo del filosofo Proclo [6], che nel menzionare lo storico ellenico Marcello, contemporaneo di Platone, riferiva che quegli aveva varcato le "Colonne d'Ercole", raggiungendo un arcipelago di dieci isole, rimasuglio di una terra ormai sprofondata negli abissi, forse quella descritta da Platone nei suoi dialoghi Timeo e Critias. E tali descrizioni di terre ad ovest dell'Ispagna venivano confermate da storici del terzo secolo dopo la Nascita di Nostro Signore: Crantore di Soli [7], compilando un commento al Timeo, ribadiva la realtà geo-storica di tali terre, riprendendo così un'opinione già espressa nel primo secolo avanti Cristo dal filosofo stoico e poligrafo Posidonio d'Apamea [8]. Omero parlava di Cymmeria, terra "oltre le colonne d'Ercole", ed Erodoto citava nelle sue Historiae il popolo degli Atalanti, che sarebbero vissuti ai confini occidentali della terra. L'esistenza di una terra ad ovest del mondo conosciuto veniva confermata da Ammiano Marcellino, e Teopompo giungeva a chiamarla Meropide. Ma c'era chi la nominava Makhimos, e chi ancora Eusebes... Le lunghe giornate passate a consultare testi intorno alla navigazione crearono in me una sorta di eccitazione mentale, di richiamo verso orizzonti inesplorati alla ricerca di quelle terre che soltanto il prode Ulisse aveva toccato, trovandovi la dannazione. Fu un desiderio che dapprima volli soffocare, sottoponendomi a penitenze e dedicando innumerevoli ore alle lodi del Signore. Ma la linea azzurra che ogni giorno osservavo oltre la fitta boscaglia, oltre a dividere l'aere dalle acque mediterranee, si interponeva tra la volontà di servire il Signore in un monastero e il desiderio struggente di superare l'erculee colonne, verso i forse inesistenti paradisi che mi prometteva lo scritto di pater Johannes. Ma se continuavo a salmodiare, ripetendomi che la lettera era soltanto una finzione ingenua e insidiosa, la luce della Verità conferiva a quelle parole uno splendore insolito, che non mi lasciava pace. Allora giustificavo il mio desiderio, conferendogli nobili intenti: oltre l'Oceano, riposava in terra pagana un uomo della Chiesa di Roma. Quale gesto poteva esser più meritevole di un tentativo di recupero del suo cadavere, al fin di riportare le sue spoglie mortali in terra cristiana? E forse Indicopleste Cosma [9] non commetteva un errore nel proporre nel suo Christianiké Topografia una terra rettangolare alla cui estremità orientale si troverebbero le terre cristiane, all'estremità occidentale essendoci quella che nomina "Terra al di là dell'Oceano" dimora degli uomini prima del Diluvio Universale. Pater Johannes aveva raggiunto a ponente l'Hortus Conclusus [10]? Il Giardino di Eden? Il Paradiso terrestre erroneamente ipotizzato a levante da Sant'Ambrogio e Sant'Isidoro? Sentivo che tornarvi sarebbe stata un'impresa realizzata a maggior gloria di Nostro Signore, che ivi aveva soffiato nelle narici d'Adamo la linfa vitale. Che Iddio mi stesse chiamando a rivelare alla cristianità le primizie di Eden, perduto per via del peccato originale? Pensieri, interrogativi e perplessità che non dovettero passare inosservate ai miei fratelli dell'abbazia, i quali più volte mi avvicinarono al fin di conoscere i motivi dei miei studi, delle mie giornate in biblioteca, ma soprattutto dei miei silenzi. Ed io, restio ad aprirmi quanto assorto nelle mie ricerche, ottenni soltanto il risultato di diventare oggetto dello scherno e della celia da parte dei novizi, oltre che di insinuazioni e sospetti. Voci calunniose raggiunsero anche il padre superiore, che mi convocò per un colloquio privato. Non mi dilungherò sulle incresciose infamie che mi vennero attribuite. Dirò soltanto che mi difesi con orgoglio da tutte le accuse, mai citando i miei studi né il manoscritto di padre Giovanni, e chiedendo in conclusione licenza di lasciare l'abbazia al fin d'intraprendere la via del mare a seguito di una delle tante galere. Il padre superiore fu ben lieto d'allontanarmi da quel luogo, per via dei rapporti tesi che ormai s'erano creati tra me e i confratelli, e non fu difficoltoso ottenere una lettera in cui venivo presentato con ottime credenziali. Lasciai l'abbazia il 5 giugno 1463 e raggiunsi il porto di La Rochelle, dove conobbi il cartografo spagnolo Juan de Talavera. Fu egli a mettermi in contatto con una commissione di matematici presieduta dall'Arcivescovo di Ceuta, Diego Cortiz di Villegas, incaricata dal re portoghese Giovanni di vagliare con attenzione tutte le proposte di navigazione per il futuro prossimo ed eseguire accurati calcoli dell'oikoumene. Dovetti, così, lasciare la costa atlantica, senza esser riuscito ad approfondire gli studi sulle cocche anseatiche papali di cui mi aveva parlato il benedettino di Carcassonne. Raggiunsi Lisbona nei primi giorni di luglio, ed ivi potei avvicinare, tra gli altri, due esperti di astronomia ebrei, José e Rodrigo Vizinho, un dottore tedesco, Martin Behaim, e lo studioso fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli [11]. Gli interrogativi che il manoscritto di Cîteaux mi aveva ispirato furono da me espressi alla commissione nel dicembre del 1463, durante un incontro tenuto negli appartamenti reali. Senza mai mostrare il documento in mio possesso, citai il racconto del frate benedettino, sostenendo che la presenza di terre a ponente poteva non essere in contraddizione con le Sacre Scritture. Portai a sostegno di questa tesi i molti testi che avevo consultato negli anni precedenti. L'arcivescovo Diego Cortiz contestò alcune mie fonti, facendo notare che i dialoghi platonici da me citati si ponevano in evidente rottura con i testi Biblici. Il filosofo sosteneva che le terre occidentali avessero ospitato una civiltà progredita ben novemila anni prima della nascita di Nostro Signore, fatto che contraddiceva il Genesi, dal quale si evinceva che la creazione del mondo risalisse al 3760 prima di Cristo. Rodrigo Vizinho confermò questa tesi, poiché anche per i giudei i Dialoghi di Platone negavano le conclusioni sulla data della Creazione del mondo cui si giungeva studiando i rotoli della Torah. Fu Paolo dal Pozzo Toscanelli che tentò una spiegazione della mappa di Cadice. Egli, infatti, da anni stava vagliando con cura una teoria che, se verificata, avrebbe mutato completamente la visione che si aveva della massa terrestre. Secondo lui, le Indie erano raggiungibili navigando verso Ovest. Dapprima non riuscii a cogliere neppure la possibilità che una tale teoria potesse in qualche modo verificarsi, così che per chiarificare il concetto, prese in mano un pomo d'ottone che si trovava sopra una splendida cassettiera in mogano. Sostenne che la terra poteva essere curva come quella sfera metallica o, in alternativa, come un'asta cilindrica. In entrambi i casi, scelti due punti, si sarebbe potuto passare dal primo al secondo seguendo due archi distinti, uno più breve, l'altro più lungo, che sarebbero coincisi soltanto quando i due punti si fossero trovati l'uno opposto all'altro. La somma dei due archi sarebbe stata l'intera circonferenza terrestre. Alitò sul pomo, e con un dito lasciò un'impronta per indicare il continente europeo. Poi ruotò la sfera di oltre mezzo giro verso sinistra, indicando il punto dov'egli suppose la presenza delle Indie. Mi chiese quale fosse il tragitto più breve che un'imbarcazione avrebbe dovuto seguire per raggiungere il Cathai dal Portogallo. Tutto si chiarificò nella mia mente. Se la terra avesse davvero avuto forma sferica, il percorso più breve sarebbe stato diretto verso occidente. Fu Rodrigo Vizinho a citare un gran numero di studi che sembravano confortare questa tesi affascinante che sollevava, però, dubbi e perplessità. Ci si domandava, infatti, come potessero aderire alla massa terrestre gli uomini che fossero vissuti sul punto opposto al nostro. Si trattava di un interrogativo di non poco conto, cui la commissione non sapeva rispondere. Lo studioso José Vizinho portò a sostegno di questa tesi il fatto che, quando una nave si avvicina ad un porto, la si vede comparire gradualmente all'orizzonte, e se ne possono avvistare dapprima le vele, poi la chiglia e i naviganti. Per esemplificare il suo discorso, prese una candela e ne fece colare alcune gocce sul pomo d'ottone. Modellò la cera a guisa di nave molto stilizzata, e pose davanti ai miei occhi la sfera metallica. La cera era invisibile ai miei occhi, fissata com'era sul punto opposto a quello rivolto verso di me. Fece ruotare il pomo intorno ad un ipotetico asse orizzontale, simulando così il moto di una galera. Vidi dapprima il contorno netto della sfera, poi spuntò, sul suo punto più alto, il culmine della costruzione di cera. In pochi secondi si palesò l'intera nave, gradualmente uscita dalla linea dell'orizzonte. Capii che la lenta e non subitanea comparsa di una nave, così come più volte avevo osservato a La Rochelle, poteva esser ben giustificata dalla teoria che proponeva una terra sferica. Non terre sconosciute a ponente, dunque, ma le già esplorate Indie. Eppure la mappa di Cadice risaliva ad almeno due secoli prima, e la lettera di Pater Johannes, nonostante non sembrasse alludere alle terre del Cathai ma ad una Arcadia sconosciuta alla cristianità, era datata "1140". Mi chiedevo come potesse, colui che compilò la carta ritrovata dal benedettino, essere già a conoscenza del passaggio a ponente per le Indie, ipotizzato soltanto in questo secolo dal fiorentino Paolo dal Pozzo. Forse l'idea di una terra curva era già stata avanzata e studiata nei secoli passati: padre Giovanni avrebbe raggiunto le regioni da lui descritte già negli anni successivi il 1130. Non riuscivo a spiegarmi il motivo per cui queste conoscenze, straordinarie e mirabili, non furono mai diffuse; al contrario l'intera cristianità continuò ad ignorarle. Esisteva indubbiamente una volontà e un progetto ben definito dietro questa vasta operazione di copertura, e le poche tracce che palesavano questa realtà erano la cripta di Cîteaux e la mappa di Cadice. Non avrei dovuto trascurare, però, il ruolo svolto da La Rochelle, ove la nave dal ponente era stata costruita. Ebbi la possibilità di seguire gli studi della commissione per undici anni. Ospitato in un monastero che sorgeva a poche miglia da Lisbona, avevo il compito di studiare le implicazioni teologiche che avrebbe avuto la scoperta di una terra curva. Dedicai intere giornate alla lettura dei testi dei Padri della Chiesa, allo studio delle Sacre Scritture e degli innumerevoli commentarii che esistevano intorno ai vari profeti. Fui coinvolto in discussioni sempre più ardite: da disquisizioni sulle misure delle terre emerse si giungeva alle ipotesi sulla conformazione del cosmo. Dalla navigazione all'astronomia, i dibattiti si svolgevano in un clima di grande apertura intellettuale e rispetto reciproco. Venivo spesso convocato per garantire l'ortodossia delle opinioni espresse, e più volte mi affidai alla preghiera per esercitare l'interpretazione dei passi biblici più oscuri. Sulle mie attività vigilava il vescovo Diego Cortiz di Villegas, che spesso lodava le mie intuizioni o le mie riflessioni teologiche, e solo raramente correggeva pensieri che, a suo dire, si prestavano con facilità ad essere fraintesi. Ci scambiammo ogni genere di appunto manoscritto, evitando che qualsivoglia documento uscisse dalla commissione e cadesse in mano a profani. Fu allora che avvicinai un importante manoscritto riportante uno studio realizzato duecento anni prima della nascita di Cristo. L'erudito greco Eratostene, rettore dell'ormai scomparsa Biblioteca di Alessandria, si era accorto che il 21 giugno di ogni anno il sole si rifletteva all'interno di un pozzo di Syene. La direzione dei raggi, dunque, era perpendicolare al suolo. Nello stesso istante, ad Alessandria, i raggi cadevano con una inclinazione di 7 gradi e 30 primi. Dall'analisi di questo particolare, egli intuì che la terra potesse avere forma sferica, e valutato che la distanza tra la città di Syene ed Alessandria era di 5000 stadi, gli bastò risolvere un semplice calcolo matematico per dedurre che la circonferenza terrestre doveva essere di 240 mila stadi [12]. Inclusi nella mia documentazione questo importante particolare, con il pensiero che sarebbe bastato sottrarre la distanza che esisteva tra la terra più occidentale del Portogallo e quella più orientale del Cathai al risultato ottenuto da Eratostene, per ottenere la larghezza del tratto di mare che, da levante a ponente, divideva le coste europee dalle terre del Gran Cane. Con l'arrivo della primavera del 1472 mi allontanai da Lisbona per raggiungere le coste italiane. Durante tutti i mesi precedenti avevo inviato alle principali capitanerie mediterranee dettagliati rapporti degli studi compiuti, proponendo di mettere a disposizione le mie conoscenze a chi mi avesse incluso nell'equipaggio di una qualche flotta navale. Arrivai a Genova il 16 aprile 1472, accolto dall'agiato mercante Enrico Spinola. La sua famiglia deteneva gran parte del controllo sul commercio marittimo della città italiana, insieme con i Di Negro. Mi accorsi presto che loro intenzione era quella di affiancarmi ad un ammiraglio come sacerdote di bordo; essi non nutrivano alcun interesse nei confronti delle mie conoscenze geografiche. Fu un duro colpo per il mio orgoglio, ma vissi questa umiliazione come penitenza per i tanti peccati di superbia intellettuale più volte commessi quando a Lisbona mi ero dilungato su un testo d'astronomia, sottraendo così decine di minuti all'esercizio delle lodi. Mi imbarcai su una delle tante navi mercantili, toccando durante il viaggio alcuni porti del litorale francese. L'equipaggio comprendeva una dozzina di commessi in grado di scaricare il contenuto dell'imbarcazione in meno di trenta minuti. I miei doveri si limitavano a recitare la Santa Messa nei giorni di domenica e confessare gli uomini che me ne facevano richiesta. Spesso non mi limitai a questo: più d'una volta corressi alcuni errori commessi nel calcolo delle distanze da compiere per raggiungere determinati porti, ed acquistai una buona fama mostrando agli uomini di bordo l'uso dell'astrolabio e del quadrante, i cui rudimenti avevo appreso in Portogallo. Fu per questo motivo che mi venne offerta la possibilità di imbarcarmi su una grossa nave diretta a Tunigi [13]. Mi fu raccomandato di non far parola con l'equipaggio della destinazione, che sarebbe stato tenuto all'oscuro del tragitto seguito. Il comandante della nave, Cristobal Colón [14], era poco più che ventenne, ma per l'abilità e il carisma sapeva con facilità conquistarsi la fiducia dell'equipaggio. Fu lui a contattarmi e a confidarmi che avrebbe necessitato di un appoggio sulla nave: avremmo dovuto far credere ai marinai che nostra destinazione sarebbero state le coste portoghesi. Con l'aiuto di un magnete, ogni notte avremmo dovuto deviare la direzione della bussola, così da dare ad intendere che stessimo vogando verso ovest. L'ordine, impartito da re Renato d'Angiò, era quello di catturare la galeazza spagnola Fernandina, al largo delle coste tunigine [15]. Rifiutai con veemenza di imbarcarmi su una nave corsara a fianco di Cristobal, che dovette quindi lasciare il porto di Genova senza il mio appoggio. La forzata permanenza nella città italiana, dovuta al mio rifiuto, mi permise di avvicinare molti marinai, con i quali ebbi interessanti discussioni. Venni a conoscenza delle più diffuse leggende sul mare, che raccontavano dell'esistenza di orribili mostri marini, di mortali gorghi, di terre popolate da "huomini selvaggi orrendi a vedersi, perché hanno le corna e non parlano, ma grugniscono come maiali, da malvagi pigmei che si nutrono di amici e parenti appena questi passano a miglior vita", di "grandi montagne d'oro che le formiche mantengono con diligenza piene; e queste formiche sono grandi come cani, così che nessun uomo osa venire in queste montagne perché le formiche lo assalirebbero e lo divorerebbero subito, così che nessun uomo possa prendere di quell'oro se non con grande furberia". Mi accorsi che gran parte di queste visioni derivavano da un testo dell'inglese John Maundeville [16], che con simili termini aveva descritto il misterioso regno di Presbiter Johannes [17]. Mi fu riferito di un bizzarro ritrovamento fatto dall'equipaggio di una nave che aveva raggiunto le coste del Marocco, superando le colonne d'Ercole e dirigendosi verso meridione. All'interno di una regione pianeggiante nei pressi della foce di un fiume [18], sorgevano i resti di un tempio eretto nel V secolo prima di Cristo dalla civiltà fenicia. Dallo studio delle poche iscrizioni ancora leggibili fu evinto dagli studiosi di bordo che si trattava di una costruzione elevata al dio Baal Berith. All'interno di un piccolo anfratto del terreno, i marinai rinvenirono una gran quantità di anfore riccamente decorate. La maggior parte d'esse riportava raffigurazioni di guerrieri e iscrizioni in caratteri greci. La presenza in terra fenicia di vasellame greco venne, allora, giustificata dal fatto che c'erano probabilmente stati contatti e scambi commerciali tra i due popoli dell'antichità. In particolare, un'anfora riportava i confini di alcune terre tra le quali i marinai avevano riconosciuto le coste spagnole e nordafricane. A sinistra, poco più a sud di un gruppo di isole, su una vasta terra compariva l'immagine di un uomo incoronato che emergeva dalle acque reggendo un tridente. Soltanto cinque caratteri erano ancora visibili, talas, ma tanti bastavano per identificarlo con Poseidone, il dio del mare, che i greci esprimevano con il sintagma talassas teos. A sinistra del dio pagano, compariva l'immagine di un leone che cavalcava un sole, proiettando un'ombra allungata. Dissi ai miei interlocutori che ero molto interessato a qualsiasi documentazione che trattasse di terre ad ovest del continente europeo. Uno scrivano francese mi disse di aver letto su un testo dello scrittore greco Luciano di Samosata, vissuto due secoli dopo la nascita di Nostro Signore, che al di là delle Colonne d'Ercole le acque ad un certo punto diventano latte e si frangono contro le coste di una bianca isola che è un enorme cacio di circa quattro chilometri e mezzo di circonferenza. Su di essa, dai grappoli delle viti, non si ottiene vino ma latte. Vi stupirà, Padre, il fatto che davvero ritrovai queste descrizioni in Luciano di Samosata [19]. Come immaginerete, non diedi alcun credito a queste fantasie, ma mi chiesi se la presenza di terre a ponente non avrebbe potuto, nel passato, generare tali storie, trasformate successivamente in leggende inverosimili quanto bizzarre. Ma altri racconti attirarono maggiormente la mia attenzione: come quello di un mercante veneziano, che mi disse di aver ritrovato un'iscrizione che avrebbe potuto interessarmi. Pochi anni prima, egli aveva ricevuto dalla Francia un grosso carico di stoffe contenuto in vecchi cassoni di legno, marciti in più punti. Si adirò molto per la pessima resistenza all'umidità del legno con cui i contenitori erano stati realizzati: a causa del pessimo stato delle casse, molte stoffe dovettero essere rammendate e lavate con cura. Nella lettera di scuse che gli fu inviata dalla compagnia con cui aveva stipulato l'accordo commerciale, gli venne detto che il legno dei cassoni era stato recuperato dalla chiglia di una nave demolita per l'estrema usura [20]. L'apparente solidità s'era invece rivelata pessima, ed erano disposti a risarcirlo dei danni in cui era incorso. Studiando più a fondo la struttura delle casse, riconobbe sezioni e scanalature tipiche delle chiglie, depositi di salsedine e crepe levigate, dovute ai continui urti e movimenti dell'acqua. Sul fondo di un cassone scorse un asse che riportava un'incisione raffigurante un quadrato diviso in venticinque settori. Ogni settore conteneva una lettera dell'alfabeto, come a formare cinque parole di cinque lettere. Il senso della frase che ne risultava era assai oscuro, e sembrava alludere ad una isola ad ovest d'una regione dal nome incomprensibile. Tale quadrato di lettere gli aveva riportato alla mente il più celebre quadrato del Sator [21], che di certo, Padre, conoscerete già per averlo osservato durante le vostre peregrinazioni in Italia [22]. Mi assicurò che l'asse di legno su cui era inciso il quadrato proveniva dalla nave come tutti gli altri frammenti. Si chiese quale potesse essere il significato di tale quadrato, ma ancor più il motivo per cui comparisse su una nave. Ricopiò il disegno, e dopo aver fatte asciugare al sole le casse danneggiate, le utilizzò l'inverno successivo per scaldare la sua casa. Gli chiesi se ancora possedesse la copia di quel quadrato, ed egli mi confidò che aveva custodito il foglio (insieme a centinaia di altri appunti di navigazione e carte nautiche) nella sua casa di Venezia. E fu così che, due settimane successive, mi ritrovai su una nave mercantile diretta sulle coste del mare Adriatico: la sorte, infatti, volle che un carico fosse inviato a Monfalcone, nel golfo di Trieste, ove recapitammo un grosso carico di vini e sostammo nove giorni, poiché la nave necessitava di ingenti riparazioni per le difficoltà avute durante il viaggio. In quel lasso di tempo ebbi la possibilità di raggiungere la laguna veneziana a bordo di una piccola imbarcazione che, nonostante le apparenze, solcava il mare con una velocità e stabilità sorprendenti. Insieme a me, lo sfortunato mercante di stoffe e un eccellente timoniere che conosceva bene sia la zona, sia - e lode a Dio per le delizie ittiche che potei degustare in quei giorni - l'arte della pesca. Resi grazie all'Altissimo con un salmo del re Davide nell'istante in cui da lontano iniziammo a scorgere i lumini della città lagunare. Approdammo a notte fonda, e decidemmo di attendere le luci del mattino accovacciati a nella scomoda chiglia della barca. Poco dopo il sorgere del sole, giungemmo all'abitazione del mercante veneziano, il quale mi introdusse in un sottoscala che conduceva ad uno scantinato umido. L'atmosfera richiamò immediatamente la cripta di Cîteaux. Ma fu ricordo di un istante. Ritornano alla mia mente più chiare, invece, le ore di febbrile ricerca passate per rinvenire quel testo tra decine e decine di pergamene, fogli ingialliti e velli ricoperti di un sottile strato di muffa. L'arredamento della stanza era assai povero, ma le tre casse che si trovavano sul pavimento rivelavano ad ogni ispezione nuovi anfratti e interstizi inesplorati, pannelli lignei invisibili ad uno sguardo sommario e assi che celavano cavità e fori di ogni forma. Anche il timoniere ci aiutò nella ricerca, e più volte lo udii lodare ad alta voce la cura con cui era stata realizzata una mappa o il disegno di una galera particolarmente valida per la sua conformazione. Vi dirò in breve che, passate alcune ore e persa quasi ogni speranza, sentii nuovamente la voce del timoniere. Non stava più meravigliandosi per un vascello o per un sestante, ma annunciava di aver probabilmente ritrovato il documento che stavamo cercando. Ci avvicinammo, e fu allora che vidi per la prima volta il quadrato. Riportava, come anticipatomi dal mercante, venticinque lettere. A voi, Padre Juan Pérez, affido le parole riportate in quelle caselle, sicuro che saprete giudicare se la cristianità sia in grado di venire a conoscenza del loro profondo significato, o se invece esse dovranno essere preservate per uomini che ci succederanno, e che sapranno comprenderle appieno. Disposte l'una sull'altra, le parole: potevano essere lette indifferentemente da sinistra a destra o dall'alto verso il basso. Non si trattava né di latino, né di francese. Il mercante mi spiegò che poteva trattarsi di un idioma che univa a termini latini alcuni vocaboli della lingua italiana. Le varie parole, prese singolarmente, potevano avere un significato proprio; moria, mi spiegarono, poteva ricordare il passato del verbo "morire"; ovest sembrava abbastanza chiaro come termine, ma doveva essere inserito nel più ampio contesto della frase; rexol era assolutamente privo di un significato evidente (forse si trattava di un nome proprio); isola poteva banalmente riferirsi ad una terraferma circondata da acqua; atlas richiamava alla mente il nome della divinità greca di Atlante, ma la connessione non era affatto immediata, e si basava su una semplice consonanza. Come riferitomi dal mercante, il quadrato sembrava riferirsi ad una terra a ponente di "qualcosa". Lo ringraziai calorosamente per avermi mostrato quel documento, che rilessi più volte per imprimerlo nella mia mente. Egli si fermò nella sua abitazione fino a sera, e ripartimmo per Monfalcone quando la luna era già alta. Dio volle che tre giorni dopo fossimo nuovamente a Genova, ov'io potei riflettere sugli elementi che da tempo stavo raccogliendo sulla possibile presenza di una terra ad ovest delle colonne d'Ercole. E passarono molti mesi prima di venir nuovamente convocato a bordo d'una nave mercantile. Mantenni rapporti epistolari con la Commissione portoghese presieduta dall'illustrissimo Diego Cortiz di Villegas, e seppi, così, che nei primi mesi del 1474 il fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli aveva finalmente inviato una lettera ed una carta da lui stesso disegnata al canonico portoghese Fernando Martins. In essa rendeva pubbliche le conclusioni cui eravamo giunti in tanti anni di supposizioni e dibattiti: la via dell'Ovest era la più breve per raggiungere le Indie. L'ingente mole di materiale che avevo raccolto in anni di studi mi fornì quella perizia in fatto di arte marittima richiesta dal Circolo della Navigazione di Genova a coloro che avessero desiderato prender parte alle riunioni ed associarsi al gruppo. Dopo aver partecipato ad alcuni dibattiti dedicati alla cartografia e al possibile utilizzo di clessidre per determinare la longitudine, chiesi agli altri membri licenza di proporre una questione su cui dibattere: le teorie di Paolo dal Pozzo. Mai tema fu più vigorosamente discusso e dibattuto. Riconobbi in colui che più si infiammò il corsaro che aveva tentato di convincermi ad accompagnarlo nella sua azione contro la Fernandina sulle coste tunigine. Mi riconobbe, e volle avere un colloquio con me. Ci incontrammo all'inizio del 1475, poco dopo l'arrivo della notizia che i portoghesi erano approdati in una zona dell'Africa centrale [23] ricca di miniere d'oro, coltivazioni di pepe e moltissimi schiavi. Uomo di ben formata e più che mediocre statura, di volto lungo e di guance un poco alte, senza che declinasse a grasso, o macilento [24], Cristobal Còlon mi apparve persona piacevole e graziosa quando voleva, iraconda e furiosa quando si corrucciava [25]. Nulla di rozzo v'era in lui, uomo che più volte avevo giudicato oltremodo temerario e irrispettoso per l'azione corsara in cui voleva coinvolgermi. E non vi stupisca, Padre, la descrizione che vi do di costui, perché nonostante non reputi tanto importante l'aspetto esteriore degli uomini che incontro, quanto invece la purezza del loro cuore e dei loro intenti, in lui vidi manifesti sul volto i tratti che sorgono da una personalità a un tempo razionale e impulsiva, insieme fortemente aperta alla conoscenza e alla fede nell'Onnipotente, al punto che, se aveva alcuna cosa da scrivere, non provava la penna senza vergar prima le parole Iesum cum Maria sit nobis in via [26]. Mi riferì che da tempo il pensiero di raggiungere le Indie navigando verso ponente lo stava scuotendo, e che da poco aveva ricevuto da Paolo dal Pozzo Toscanelli copia della lettera e della carta inviate a Fernando Martins [27]. Mi mostrò una pergamena scritta dallo studioso fiorentino, su cui comparivano le parole "A Cristoforo Colombo Paolo fisico salute. Io vedo il magnifico e grande tuo desiderio di voler passare là dove nascono le spezie, e per risposta alla tua lettera ti mando la copia di altra lettera che anni fa io scrissi ad un amico e familiare del serenissimo re di Portogallo." Gli domandai se possedesse la copia citata nella lettera, ed egli estrasse dal cassone un involto contenente decine di fogli ingialliti. Me ne porse uno di essi, e potei leggere le parole che mi indicò con il suo dito: "...rimetto, dunque, a Sua Maestà una carta fatta colle mie mani, nella quale si trovan disegnati i vostri lidi e le isole dalle quali il viaggio si dovrebbe incominciare, sempre verso occidente, e i luoghi ai quali si dovrebbe giungere, luoghi fertilissimi d'ogni specie di aromi e gemme. E non vi maravigliate se chiamo parti occidentali quelle dove sono gli aromi, mentre comunemente si chiamano orientali, poiché quelli che navigheranno continuamente a ponente, per mezzo della navigazione agli antipodi, raggiungeranno dette regioni, mentre se vi si va per la via di terra e rimanendo sempre nel nostro emisfero, si ritroveranno ad oriente". I suoi studi sul regime dei venti atlantici rafforzarono in lui la convinzione che l'Oceano si potesse attraversare. Mi mostrò anche alcune carte ispirate a Tolomeo e alla teoria sull'equilibrio dei continenti. Esse lasciavano supporre l'esistenza di un continente sconosciuto a sud dell'Asia, in cui - a quanto si diceva - il sole faceva spuntare l'oro. Su un'altra mappa, tale terra era identificata con il Giardino di Eden. Accennò ad un viaggio che voleva intraprendere per risolvere alcuni dubbi e trovare prove da esibire ai monarchi europei al fin di ottenere finanziamenti per una spedizione verso ponente. Mi fece capire che avrebbe apprezzato la mia presenza durante quella spedizione, non solo per le mie funzioni sacerdotali, ma anche per la cultura di cui, Dio mi salvi dalla vanità, avevo dato prova durante i dibattiti sull'arte di navigazione. Ero sicuro che, tacitamente, egli volesse compiere tale viaggio a fianco di uomini che condividessero la sua fede nel tragitto ad Ovest verso le Indie. Vi sarete accorto, Padre, ch'io mai citai il manoscritto di Cîteaux a prova delle mie parole. Forse il timore ch'esse fossero fomite d'eresia, o molto più facilmente l'orgoglio d'esser l'unico depositario di un testo risalente ad ormai tre secoli fa, m'impedirono di parlare di pater Johannes e dell'Arcadia da lui ritrovata nelle sconosciute terre dell'Ovest. Ma vi assicuro, Padre, di non aver mai perduto la fede nell'infallibilità delle Sacre Scritture, né d'aver mai smesso di lodare il Nome dell'Altissimo per le meraviglie del suo cosmo e per l'infinita varietà dei rami, dei gruppi, delle classi, delle sottoclassi, degli ordini, delle famiglie, dei generi, dei sottogeneri, delle specie e delle varietà in cui aveva suddiviso ogni realtà creata, visibile e invisibile. E lungi dal destare in me perplessità, il pensiero di terre a ponente mi spingeva ad innalzare il mio canto di lode all'Onnipotente con ancora maggior vigore ed entusiasmo, quasi la presenza di regioni sconosciute giungesse a prova per la cristianità dell'infinita natura di Iddio Nostro Padre; come, infatti, la magnificenza dell'Altissimo era incircoscrivibile dalla nostra mente, così era per le terre emerse, mai conoscibili nella loro totalità. Per questi motivi, Padre, vi rassicuro sulla bontà dei miei pensieri circa una pergamena che, letta altrimenti, sarebbe diventata fomite di gravi ed insidiose eresie. Ma il mio pensiero ritorni alla proposta che l'ammiraglio Cristobal mi fece. Egli fissò nei primi mesi del 1477 una possibile partenza per il viaggio verso le isole settentrionali di cui nei secoli passati parlò Tolomeo [28]. Fu piuttosto oscuro sul motivo per cui una spedizione del genere richiedesse due anni di preparazione. Seppi in seguito che, il 13 agosto 1476, egli si trovava a bordo di una nave corsara catalano-francese comandata dall'ammiraglio Casenove-Coullon. Nei pressi del capo San Vicente si consumò uno scontro tra l'imbarcazione e una flotta genovese. Volontà divina volle ch'egli riuscisse, in seguito ad un incendio occorso alla nave, a raggiungere la terraferma e a mettersi in salvo. Ma dirò dei due anni che intercorsero tra l'incontro con Cristobal e la partenza per l'ultima Tile [29]. Se anche per lunghi mesi solcai le onde mediterranee e mi spinsi anche sulle coste africane, non rinunciai a sottrarre al sonno molte ore che dedicai, così, allo studio del quadrato del Rexol (così lo denominai, dalla parola più enigmatica che vi era contenuta, per distinguerlo dal più celebre quadrato del Sator). E solo in due occasioni mi accadde di scendere dalla nave in terra africana per esplorare l'entroterra; avvenne quando il paesaggio che mi si parava innanzi ricordava in qualche modo la "regione pianeggiante nei pressi della foce di un fiume" di cui mi aveva parlato il marinaio che aveva ritrovato il vaso greco. Ma alcun resto ritrovai che potesse anche solo ricordare un tempio eretto nel V secolo prima di Cristo dalla civiltà fenicia. Non potevo, però, dimenticare l'anfora decorata dal disegno di un'isola ad ovest dell'Ispagna riportante le lettere talas, le cui lettere non erano altro che una permutazione di atlas. E secondo il marinaio, il disegno dell'anfora sembrava alludere a un'isola. Potevano coincidere l'isola talas con l'isola atlas? Pensai di commettere un errore nel ricercare un Disegno che sottendesse i vari elementi di cui ero in possesso, un elemento unificatore dei frammenti ritrovati nei molti luoghi da me visitati. Ma la mente umana è naturalmente spinta a ritrovare legami sottili, impercettibili similitudini che riconducono due realtà ad una terza, che le comprende, le giustifica e le supera. Ed è per ciò che nulla è più buono di ciò ch'è trino, e se il nostro corpo ha membra singole e doppie ma mai triple, è segno evidente dell'imperfezione cui siamo condannati. Ma, salva la validità di queste considerazioni, mi domandavo se stessi cercando qualcosa di reale o soltanto dando realtà ad un prodotto della mia immaginazione. L'anagramma ritrovato tra atlas e talas aveva un'esistenza precedente alla mia idea, oppure gli avevo dato vita io con un processo mentale di permutazioni? Ma ancora il problema era posto in maniera erronea. Atlas era anagramma di talas ben prima ch'io ne permutassi le lettere. Ciò che mi domandavo era se un'intelligenza precedente la mia avesse già ritrovato questa connessione tra le due parole e l'avesse utilizzata su un'anfora e sulla chiglia di una nave in vista di un fine prestabilito. Se la risposta fosse stata affermativa, avrebbe avuto significato la mia ricerca di un elemento unificatore, di un progetto di cui vaso greco e lastra di legno erano parte. Vi propongo, Padre, queste riflessioni per darvi un'idea dello sconforto in preda cui mi trovai durante quei due anni che precedettero la spedizione nei mari del Nord. Avevo l'impressione d'essere alla ricerca di un'araba fenice sempre sfuggente, ed invidiavo la sorte dei volatili, che innalzandosi nell'aere potevano osservare la totalità delle terre sotto la volta celeste. Ma allontanai presto quest'inconvenienti pensieri, per il timore d'esser destinato a condividere la nefasta sorte d'Icaro. Mi salvò da questi turbamenti una lettera che mi giunse da Lisbona. Lo studioso tedesco con cui avevo tante volte discusso dei miei studi, Martin Behaim, mi riferì d'aver trovato copia del Geos del filosofo Marcello, contemporaneo di Platone, riportante una racconto udito dai sacerdoti delle "terre del Nilo". Il Faraone avrebbe inviato una spedizione marittima verso le "remote miniere". Secondo lo storico greco, in un tragico naufragio perì l'intero equipaggio, ad eccezione di un uomo, che approdò su un'isola sconosciuta. Qui fu soccorso da un "drago d'oro", ultimo sopravvissuto di una stirpe di 75 draghi sapienti, sterminata da "una stella caduta dal cielo". L'uomo fu avvertito dell'imminente scomparsa della terra su cui si trovava, a seguito di un immensa inondazione che si sarebbe scagliata sulla floridissima isola. Egli riuscì a mettersi in salvo costruendo una solida nave e imbarcandosi per le coste dell'Egitto [30]. La lettura di questo resoconto, mi richiamò alla memoria le parole di Filone d'Alessandria, che predicava l'allegorismo come metodo che più profondamente penetra entro il senso nascosto dei miti e dei libri sacri. E se mai avevo rifiutato il drago rosso eptacefalo dell'Apocalisse [31], non volli affatto negare un sostrato di verità storica nel racconto riportato dal filosofo Marcello. Analizzando nuovamente i molteplici dati collezionati in anni di studio, mi accorsi che si trattava dello s Richiedete il file per esteso, purtroppo non c'è verso d'inserirlo correttamente all'interno del link Nome file "03 Atlantide dei Templari Armand de Châte.doc"
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