Tartesso e Yonagumi

 

Una civiltà misteriosa dell'Occidente.Con questo nome i Greci chiamavano l'estremo Occidente, dal quale provenivano i metalli. In un secondo tempo il nome fu localizzato nel Sud della Spagna (Andalusia), regione che tra l'altro nella Bibbia è ricordata con il nome Tarsis, e con la quale addirittura Salomone avrebbe tenuto relazioni commerciali. E' certo che i Fenici ebbero il dominio del Mediterraneo nell'VIII secolo a.C. in seguito a lotte vittoriose contro i Tartessi. Questi riuscirono ancora per breve tempo, durante le lotte tra Tiro e l'Assiria, ed avere un certo predominio. Ma, ricostituito l'impero coloniale fenicio, Tartesso fu sottomessa a questo fino al VI secolo a.C., quando nel panorama mediterraneo subentrò la talassocrazia focea.A questa successe poi il predominio di Cartagine, che distrusse Tartesso intorno al 500 a.C. Sembra che l'antica civiltà di Tartesso sin dai tempi preistorici fosse particolarmente evoluta: tutte le fonti concordano su questo punto. Gli scavi effettuati da Schulten e Bousar, pur rivelando notevoli tracce di quella civiltà, non arrivarono a scoprire i resti della grande città tartessa descritta dal Periplo di Avieno, vale a dire Ona Maritima, localizzata in un punto non ben precisato, vicino al delta del Guadalquivir.

 

 

 

Vennero dal nulla

 

La civilta' dei Sumeri nacque cinquemila anni fa nel sud del territtorio attualmente coincidente con l'Iraq. Grazie all' interessamento di archeologi e studiosi, in base agli scavi intrapresi dal secolo scorso, i Sumeri sono fra i popoli piu' conosciuti del vicino Oriente: i massimi musei d'Europa conservano una copiosa documentazione sulla cultura sumerica grazie a ogni genere di reperto. In base a tali ritrovamenti archeologici, la protostoria della popolazione e' stata ricostruita in tre periodi successivi: il primo di Uruk, intorno al 3000 a.C., il secondo di Gemdet-Nasr, verso il 2800-2700 a.C., il terzo di Mesilim, intorno al 2600 a.C. Attorno ai due stati piu' importanti, Uruk e Kish, si sviluppo' una floridissima economia basata su un'agricoltura intensiva, sulla pesca, sull'allevamento e sullo artigianato. I Sumeri sono noti per aver inventato la scrittura, formulato i primi codici di leggi, sviluppato le prime trattazioni filosofiche, fondato le prime citta'-stato, implementato la farmacia e la chirurgia, ideato il sistema matematico sessagesimale, creato un sistema di stampa su rotative, praticato la fusione dei metalli. Senza contare l'invenzione della ruota, l'arte culinaria, la tessitura delle stoffe, l'insegnamento della botanica e della zoologia, della geografia e della teologia oltre a un diffuso sentimento artistico della popolazione. Ma veniamo al punto: quali misteri nasconde questo straordinario popolo ? Sappiamo che i Sumeri immigrarono nella Mesopotamia e che svilupparono la prima grande civilta' urbana ma, udite udite, non conosciamo la loro origine etnica ne' la loro provenienza, ne' la via che essi seguirono prima di insediarsi nel territorio che li ospito'. Zecharia Sitchin, noto sumerologo ed esperto di lingue semitiche, sostiene che gli antichi egizi ereditarono il loro sapere dai Sumeri. Ora, fermo restando il livello super-avanzato della cultura sumerica nonche' l'impossibilita' di stabilire un legame fra tale civilta' e altre popolazioni semitiche, la nostra domanda e' questa: "Da dove si origino' tale splendore ?". Se ci sono voluti due milioni di anni perche' l'uomo primitivo capisse di dover modellare le pietre a secondo dell'uso che doveva farne, come fu

possibile passare in cosi' poco tempo dall'Uomo di Neanderthal alla civilta' sumerica ? Lo studioso A.Parrot, a proposito dello sviluppo sumerico, disse: "una fiamma che divampo' dal nulla provvisamente".

 

 

 

I DISEGNI DI NAZCA

 

Nel 1939, una piccola flotta aerea che sorvolava la pianura desertica del Perù (Pampa di Palpa) notò sul suolo la presenza di strane linee, che solo successivamente, osservandole da una maggiore altezza, furono identificate in perfetti disegni geometrici. Perfetti perché anche quando il loro tracciato si estende per chilometri e chilometri, le linee che li costituiscono avanzano nel terreno perfettamente dritte, sia che attraversino una collina o un terreno accidentato, superando avvallamenti, incrociando altre figure, perdendosi oltre l'orizzonte ma mai deviando da un percorso rettilineo.

Alcuni dei disegni, le cui dimensioni raggiungono anche i 200 metri e le cui tracce hanno larghezza variabile (da pochi decimetri a oltre cinquanta metri), rappresentano animali (come una scimmia, un ragno, un colibrì, una balena), fiori, mani, ma la maggior parte sono sicuramente figure geometriche. La stranezza e il fascino che questi disegni silenziosamente emanano solitari, in una zona disabitata e delimitata da un lato, dalle grandi vallate di due fiumi e dall'altro dalla catena collinare pre-andina, colpirono il geografo americano Paul Kosok, il quale si accorse della loro esistenza il 21 giugno del 1941, mentre a bordo di un aereo si stava recando a fare un picnic insieme alla moglie Rose. Subito egli fu impressionato da due aspetti: le dimensioni davvero notevoli di quelle figure, che in totale descrivevano una zona lunga 50 Km e larga 15, e la località dove si trovavano, cioè un altopiano desertico delle Ande. Per otto anni egli non si allontanò da quella località, di cui studiò gli enigmatici manufatti nel vano tentativo di chiarirne il segreto.

Per alcuni scienziati i disegni di Nazca risalgono addirittura a 1500 anni fa, ma allora perché solo nel '39 ci siamo accorti della loro presenza? La spiegazione sta nel modo in cui sono state tracciate le linee, cioè rimuovendo delle pietre dalla superficie del terreno per permettere così alla ghiaia sottostante di assumere, grazie all'esposizione al sole, prima un colore giallo pallido e poi un colore bruno-rossastro, rendendole così visibili solo dall'alto. Queste linee si sono così conservate per secoli grazie all'assenza delle piogge.

La vera scoperta delle linee di Nazca è comunque da far risalire agli anni venti, quando cioè il peruviano Meyìa Xesspe e l'americano Alfred Kroeber, 2 scienziati, arrampicatosi su di una collina, notarono con l'effetto della luce pomeridiana, delle lunghe linee che attraversavano il deserto, linee che erano impossibili da vedere dalla pianura. Da questa caratteristica, che le rendeva visibili solo dall'alto sta la spiegazione del perché siano state scoperte così tardivamente, considerando che da alcuni scienziati vengono fatte risalire addirittura a 1500 anni fa.

Il metodo usato si basava sul rimuovendo delle pietre dalla superficie del terreno, permettere così alla ghiaia sottostante di assumere, grazie all'esposizione al sole, prima un colore giallo pallido e poi un colore bruno-rossastro, rendendole così visibili solo dall'alto. Grazie poi all'assenza delle piogge, queste linee si sono conservate per secoli.

Ma perché gli indiani di Nazca, un popolo la cui cultura fu prima assorbita dall'impero degli Inca (XV secolo) e poi successivamente annullata dai conquistatori spagnoli, crearono questa immensa opera sul terreno?

IPOTESI :Una delle prime teorie fatte sulle linee di Nazca fu che esse dovevano essere antiche strade, ma essa fu però respinta dopo che la zona interessata fu osservata dall'alto con aerei che la sorvolarono tra la fine degli anni 20 e successivamente negli anni 30. Un'altra ipotesi simile fu che esse fossero piste di atterraggio, ma per chi?.

Da escludere poi l'ipotesi che gli indiani di Nazca segnarono il loro deserto per una motivazione artistica in quanto non avevano la possibilità di vedere dall'alto.

Più attendibile risulta la teoria di Tony Morrison, un produttore cinematografico, secondo il quale le linee di Nazca erano dei ceques, cioè sentieri tracciati per fini religiosi. I fatti principali che lo portarono ad una simile conclusione furono principalmente due. Il primo si basava su un documento spagnolo risalente al 1653 che spiegava come nella capitale Inca di Cuzco, gli indiani edificarono santuari lungo linee che si irradiavano dal tempio del sole. Quindi i cumuli di pietra congiunti dalle linee di Nazca potevano essere per ciò resti di santuari. Il secondo fatto, che rende la teoria ancora più attendibile, vede come protagonista la regione della tribù degli Aymarà. Qui Morrison trovò un insieme perfetto di linee come quelle di Nazca, che univano piccole costruzioni in pietra usate per funzioni sacre, dette sacelli.

Per l'archeologo Paul Kosok invece, le linee e i disegni servivano per osservazioni astronomiche. La sua teoria, che si basava su una mappa che egli stesso aveva tracciato, venne avallata anche da una matematica tedesca, Marie Reiche secondo la quale gli animali e le figure geometriche, puntate verso le maggiori stelle, rappresentavano costellazioni di un enorme calendario, utilizzato dai Nazca per calcolare il tempo. Ma oltre a trovare molti possibili allineamenti dei segni verso stelle maggiori o verso il sole, Marie Reiche non trovò altre cose che potessero avallare la sua teoria. Ma nel 1968, Gerald Hawkins, un astronomo dell'osservatorio astrofisico di Washington, scoprì allineamenti simili al famoso monumento megalitico di Stonehenge, e il risultato più importante a cui giunse

Alcuni risultati furono veramente interessanti, il dato più significativo, ad esempio, fu l'allineamento di una figura detta il Grande Rettangolo con le Pleiadi, nell'anno 610. Questa data coincide con la datazione ottenuta al carbonio-14 di un palo di legno ritrovato nel luogo. E' da tenere però presente che questo, come altri allineamenti, dimostrato tramite computer, rientra però in casistica casuale.

Altre ipotesi prendono poi le misteriose linee di Nazca come rivelatrici di presenze extraterrestri.....

Quale sia quindi con certezza lo scopo delle linee di Nazca non si sa, ma resta il fatto che ancora oggi questo arido altopiano del Perù nasconde in se qualcosa di misterioso, sepolto da secoli e che forse non verrà mai alla luce.

 

 

Ciudad Perdida

 

Alcuni anni fa in Colombia, precisamente nella Sierra Nevada di Santa Marta, fu scoperto sotto l'intrico di una vegetazione lussureggiante, un gigantesco complesso archeologico. Questo non era altro che l'unico reperto che rimaneva della Ciudad perdida (la città perduta). Qui, in questo luogo costituito da palme gigantesche, cortine di liane, felci, e da una cascata, fonte di vita e acquedotto dell'antico centro cerimoniale e dell'abitato della ciudad perdida, vi abitavano i tairona. Nel XVI secolo però i primi conquistadores spagnoli, al comando di Alonso Nino e Cristobal Guerra, sbarcarono a Santa Marta e furono subito colpiti dalle enormi quantità di monili d'oro con cui si adornavano gli indigeni. Dal quel momento si susseguirono decenni di razzie ai danni dei tairona, colpevoli solo di essere i depositari di una cultura avanzata e, soprattutto, di essere dei provetti orafi, capaci di realizzare monili d'oro, strumenti, collane di grande qualità artistica. Così migliaia di gioielli d'oro furono rubati agli indigeni, i centri cerimoniali e perfino le tombe vennero spagliati e saccheggiati. Migliaia di smeraldi finirono poi nelle bisaccie dei conquistadores. I tairona allora ribelli ad ogni forma di schiavitù e non volendo rivelare agli spagnoli il luogo in cui raccoglievano il prezioso metallo, si ritirarono all'interno della foresta, sempre più in alto, verso le cime della Sierra Nevada, distruggendo le strade, le scale di pietra, i ponti secolari che li congiungevano alla costa, perdendo così l'accesso al mare, fonte di cibo e di sale.

Le rovine della città perduta sono rimaste nascoste per anni tra la vegetazione, nel buio del sottobosco. Tutto è costruito con mura di pietre granitiche, grigie senza malta, tenute assieme solo dall'antica abilità dei costruttori. Grosse macine di pietra con i relativi pastelli, utilizzate per frantumare il mais e altri semi selvatici, ci parlano di una vita quotidiana interrotta, tutto si è fermato come all'improvviso. Nelle tombe dei tairona, nascoste spesso nei pavimenti delle capanne o davanti all'entrata, sono stati ritrovati magnifici gioielli d'oro tra i più splendidi della civiltà precolombiana: rane d'oro, uccelli, serpenti, divinità, orecchini ornamentali, pettorali, spesso in oro puro, molte volte in lega con il rame; fu proprio questa abbondanza di oro a condannare i tairona. I conquistadores si spinsero sempre più avanti, gli indigeni cercarono di resistere abbandonando i loro insediamenti, ma un feroce genocidio li fece scomparire quasi completamente. I pochi superstiti si nascosero nelle alte selve e sulla tragedia di questo popolo calò il silenzio. Adesso in questi posti si aggirano ancora gli indios kogi, che sono considerati i discendenti dei tairona. I loro villaggi sono fatti di poche capanne e vi sono solo donne e bambini in quanto gli uomini sono lontani, nell e alture e nei terrazzamenti agricoli a lavorare.

 

 

Misteri dell'antica India

 

Le tecnologie e le mirabili scienze dell' India antica hanno destato grande curiosita' fra gli storici . Nella letteratura vedica sono assai numerosi i riferimenti a macchine volanti e a straordinarie facolta' mentali possedute dalle genti di allora. Lo studioso Valentino ompassi, per esempio, nel suo "Gli Dei Alieni", sostiene che i molteplici Dei dell'India soggiornassero in "residenze aeree" di enorme grandezza. Egli si richiama al testo "Mahavira" nel quale , tra le innumerevoli descrizioni, e' possibile leggere: "Un carro volante trasporta molte persone verso la capitale Ahyodhya. Il cielo e' pieno di macchine volanti sorprendenti; nere come l'oscurita , su cui spiccano gialli bagliori". Compassi tende a precisare che tali racconti provengono dai Manusa, testi dell'India antica che descrivono fatti realmente accaduti. Altre testimonianze relative alle presunte tracce di un grado di sviluppo superiore nella India

antica si riferiscono a tre note scritture della religione induista, il "Bhagavata Purana, il Mahabharata e il Ramayama". Secondo i moderni studiosi di indologia tali opere condurrebbero a un periodo compreso fra il 5' sec.a.C e il 9' sec. d.C e conterrebbero riferimenti ben piu' antichi dei periodi in cui si ritiene siano state scritte. Secondo il noto ricercatore Richard L. Thompson, a quei tempi, il cielo sarebbe stato popolato da veicoli aerei, in sanscrito definiti "vimana". Egli afferma inoltre che nella societa' vedica i viaggi in "altri mondi" erano ritenuti possibili e che fra le genti erano diffuse straordinarie facolta' mentali come la trasmissione e la lettura del pensiero, la capacita' di vedere o sentire a grande distanza, il potere di spostare gli oggetti da un luogo all'altro, il potere del controllo ipnotico a distanza, l'invisibilita'. Secondo Thompson, "I purana parlano di 400 mila razze di esseri simili agli umani che vivono su diversi pianeti". In occidente tali scritture sono ignorate . vremmo tuttavia colmare tale lacuna del nostro sapere attraverso la ricerca e la traduzione dei testi antichi della letteratura vedica.

 

 

 

Shambhala , mito o realtà ?

 

Agarthi e' il regno sotterraneo nella cui capitale, Shamballa (detta anche la "citta' di smeraldo" e ricercata invano da molti), regna il Re del Mondo (Brahmatma, Chakravarti o Manu) che resta in carica per un Manvatara, una delle quattordici epoche ed e' in contatto spirituale con tutti i regnanti precedenti. Il sovrano attuale, cioe' il settimo, e' Yaivaswata. Egli viene coadiuvato dal Mahatma (la grande anima, in grado di guardare nel futuro) e dal Mahanga (colui che crea le cause degli eventi). E' capace di influenzare i destini degli abitanti della superficie condizionando mentalmente i governanti della Terra e comanda una societa' di cavalieri-sacerdoti, i Templari Confederati dell'Agarthi, a sua volta presieduto da un Consiglio Circolare, formato da 12 iniziati. In questo luogo la conoscenza e la spiritualita' hanno raggiunto livelli inimmaginabili per i non iniziati, ai quali e' infatti preclusa la possibilita' di accedervi. Se ci provassero, delle vibrazioni appositamente create li confonderebbero, impedendogli di vedere gli ingressi al regno, situati in India, Nepal, Borneo e Russia o comunque li farebbero perdere nei meandri delle numerosissime gallerie. Il regno di Agharti viene collocato dai miti e dalle leggende sotto l'Asia Centrale in corrispondenza del territorio che va dal deserto del Gobi al Tibet ed al Nepal e la sua estensione tramite gallerie sotterranee arriverebbe a coprire buona parte della superficie terrestre. In realta' la denominazione Agarthi e' piuttosto moderna. Essa ha cominciato a diffondersi soltanto all'inizio di questo secolo anche se la sua tradizione e' molto piu' antica.

La fondazione del mitico regno viene infatti fatta risalire alla notte dei tempi. Durante L'"Età dell'Oro" esso non era sotterraneo ed era designato con il nome di "Paradesha" (in sanscrito Paese supremo, da cui Paradiso). All'inizio dell' Eta' Nera (chiamata nella tradizione indù Kali Yuga), cioe' la nostra epoca, i suoi abitanti per sfuggire al male si erano rifugiati sottoterra (secondo altre tradizioni l'avrebbero fatto per sfuggire ad una inevitabile catastrofe che avrebbe distruttto il continente dove abitavano, il leggendario Gondwana) ed il nome di questo regno sotterraneo divenne Agarthi cioe' "l'inacessibile".

Secondo la tradizione mongola il Paradesha fu fondato dal primo Guru quasi 400'000 anni fa e i suoi abitanti si trasferirono sottoterra seimila anni fa . Secondo altre dottrine, a dire il vero abbastanza incredibili, il regno di Agarthi sarebbe stato fondato da venusiani discesi sulla Terra. Secondo altri ancora Agarthi risale addirittura a piu' di 15 milioni di anni fa.

Il mito di Agarthi si ricollega anche allo studio delle correnti terrestri in quanto la capitale Shamballa sarebbe situata al centro di queste energie e ne controllerebbe la diffusione tramite i complessi megalitici (come Stonehenge).

Il termine "Manu" (colui che fa le leggi universali e che media con la divinita') che e' uno degli attributi del Re del Mondo, si ritrova, con qualche modifica, presso tutte le antiche religioni: "Mina" o "Menes" degli Egizi, "Menw" dei Celti, "Minos" dei Greci; nella Qabbalah è l'angelo Metatron, nella religione cristiana l'Arcangelo Michele. Ad Agharti è nata, infatti, la religione prima dell "Età dell'Oro", in grado di porre l'uomo in totale comunione con Dio. Nelle varie epoche i Grandi Iniziati di Agharti sarebbero venuti in superficie a predicare, fondando cosi' le religioni maggiori. Ritroviamo inoltre il termine "Asghard" nella tradizione germanica, che la fa corrispondere alla citta' di Odino e degli Dei.

 

 

Atlantide è in Giappone

 

E se fosse esistita una seconda Atlantide molto piu' a oriente, nel Pacifico? Questo enigma tormenta la comunita' archeologica giapponese da quando, due anni fa, alcuni subacquei hanno scoperto, vicino a Yonaguni, un'isola a sud ovest di Okinawa, i resti sommersi di un'antichissima costruzione di vaste dimensioni. La misteriosa architettura, a 25 metri sotto il livello del mare, in alcune parti somiglia ad uno ziqqurat. Il primo a capire che la forma piramidale della colossale struttura (200 metri di lunghezza per 150 di larghezza) non era opera della natura, come alcuni sostenevano dopo i primi sommari rilievi, e' stato il professor Masaki Kimura, geologo dell'Universita' Ryukyu di Okinawa. Pochi mesi fa e' arrivata la scoperta di altri resti sul fondo del mare, nella stessa area. Segno evidente che la costruzione piramidale non era un elemento isolato ma parte di un agglomerato urbano. Molti studiosi in Giappone azzardono parentele tra le rovine subacquee di Okinawa e l'architettura precolombiana in America o i monumenti dei faraoni. Invece secondo Teruaki Ishi, docente di geologia all'Universita' di Tokyo, il complesso potrebbe risalire all'8,000 a.C. Come puo' essere finito sott'acqua? L'assenza di vistose crepe nella struttura sembra escludere l'ipotesi di un terremoto. Piu' plausibile sarebbe un abbassamento della terra o un innalzamento del livello del mare alla fine dell'ultima era glaciale. Il professor Grosswald dell'Accademia russa delle Scienze sostiene: "Gli ultimi episodi di scioglimento rapido di milioni di metri cubi di ghiaccio negli oceani hanno avuto luogo simultaneamente circa 10,000 anni fa. Per molte isole senza rilievi di grandi dimensioni puo' essere stato fatale". (da Il Venerdì di Repubblica del 19 giugno 1998)

 

 

 

Atlantide? E' nelle Eolie

 

Secondo lo studioso russo Vlaceslav Jurikov, Atlantide giace sul fondale marino a 177 metri di profondità e a circa 15 km da Capo Peloro. Inoltre, sempre secondo la tesi di Jurikov, l'inabissamento non sarebbe avvenuto nel volgere di un giorno ma gradualmente. Tanto che gli abitanti avrebbero avuto modo di emigrare altrove, e più precisamente in Ucraina. Non a caso, infatti il tridente (simbolo del dio marino Poseidone) sullo stemma ucraino ricorda il forchettone formato dalle isole Eolie. Un segno tangibile della memoria atlantidea propria delle popolazioni ucraine.

 

 

 

Atlantide? Cercatela in Bolivia

 

Un esploratore inglese, John Blashford Snell, è convinto che i resti della mitica civiltà atlantidea siano da ricercare in Bolivia.L'hanno cercata in ogni angolo del pianeta, dal Mediterraneo alla Cornovaglia. Seguendo, più che una mappa geografica, vaghi dettagli forniti da Platone. Ora sulla rotta di Atlantide, mitica civiltà antica sprofondata nelle acque, si è messo un esploratore inglese, John Blashford Snell. Ha organizzato una spedizione coinvolgendo una trentina fra scienziati e archeologi, ed è partito verso la Bolivia. Perché è lì, secondo lui, che sono nascosti i resti di Atlantide: l'antico mondo sarebbe scomparso a circa 4 mila metri sul livello del mare, inabissandosi nelle acque dell'attuale lago Poopo. A convincere Snell di essere sulla strada giusta ci sono almeno 50 fattori coincidenti tra la descrizione del filosofo greco e le alture boliviane. Una recente ricerca, per esempio, ha portato alla luce i resti di un enorme canale vicino all'altopiano, le cui dimensioni sono quelle che Platone attribuiva a un canale d'irrigazione di Atlantide. Il filosofo inoltre sosteneva che le sponde dell'isola erano circondate da montagne a strapiombo sul mare. Non solo: la leggenda dice che ad Atlantide si usava una lega di oro e rame caratteristica delle Ande. E secondo il linguaggio degli Incas, che dominarono la zona dopo la presunta scomparsa della civiltà, "Antis" significa rame mentre "Atl" vuol dire acqua. Snell solcherà le acque dei laghi boliviani su canoe di giunco, con cui poi tenterà di attraversare l'Atlantico: per dimostrare in tal modo che anche i popoli antichi potevano raggiungere il Sud Africa.

 

 

 

Atlantide. Era Troia l'antica Atlantide?

 

Un'affascinante teoria avanzata da un gruppo di studiosi tedeschi.Signori, ancora un po' di pazienza perché c'è qualcuno al lavoro per raccontarci la verità... Atlantide, la mitica Atlantide di Platone, dei filosofi e degli utopisti, degli scienziati e dei cacciaballe di tutti i tempi sapremo, finalmente, dov'è. Anzi, dov'era. All'Istituto federale per le scienze geologiche e le materie prime di Hannover, 800 specialisti stanno lavorando da mesi a un progetto che nasconde l'ambizione di rispondere a una delle Grandi Domande della storia dell'uomo: dove vissero gli abitanti fortunati della Città d'Oro? Quale orrendo cataclisma ne distrusse la felicità e, poi, ne cancellò la memoria? I ricercatori, racconta lo «Spiegel», non si risparmiano davvero e hanno a disposizione un cospicuo budget e strumenti tecnici d'avanguardia. Tra l' altro delle specie di missili che, «sparati» da uno speciale elicottero, si infilano nella terra fino a profondità finora inattingibili. Ma soprattutto hanno a disposizione un'ipotesi precisa. Sanno dove cercare Atlantide: qualche chilometro a ovest della città turca di Canakkale, a sud dello stretto dei Dardanelli. Il posto glielo ha indicato Eberhard Zangger, 40 anni, archeologo zurighese, che dal '92 sostiene di essere riuscito dove centinaia, migliaia di saggi hanno fallito: fornire qualche prova della coincidenza tra la mitica città scomparsa e un qualche luogo conosciuto di questa nostra terra. Atlantide, si sa, è stata infatti "localizzata" nei luoghi più diversi e, talvolta, più bizzarri: chi la voleva sprofondata in mezzo all'Oceano Atlantico, chi in Egitto, chi alle lsole del Capo Verde, o nello Yucatan, chi in Siberia, chi in Brasile, in Svezia, in Libia, sull'isola di Ceylon o nel Madagascar. ln tempi recenti ha ricevuto un certo credito l'ipotesi di Santorino, l'isola dell'Egeo distrutta da un eruzione vulcanica., Ma di prove credibili, nonostante le ricerche condotte in passato, se ne son viste pochine. Zangger crede invece di poter dimostrare senza ombra di dubbio la coincidenza di Atlantide con un'altra città ben nota ai miti popolari, agli storici e ai letterati e agli archeologi: la Troia di Omero. La sua pretesa di identificazione, che divide gli archeologi, ha un punto debole, a dire il vero: s'è sempre detto che Atlantide sarebbe stata un'isola o, quanto meno, su un'isola. La città di Priamo si stende invece sulla terraferma, a poca distanza dal mare. L'archeologo svizzero, confortato dal parere di molti linguisti, fa notare, però, che l'espressione «isola» in greco antico non era così univoca: poteva indicare anche una costa o un paesaggio di terra e mare, come è quello dell'Egeo settentrionale. Per il resto l'ipotesi si basa su una serie di riscontri che in effetti, a metterli tutti in fila come fa il lungo servizio dello «Spiegel», sembrano proprio convincenti. Si tratta di «prove» di carattere storico e archeologico. Per esempio: se si calcolano in cicli lunari parziali, gli 11mila e 500 anni che Platone ritiene fossero passati al suo tempo dal «brutto giorno» in cui scomparve Atlantide corrispondono esatta. mente ai 6-700 anni che erano passati dalle invasioni dei popoli del nord, ai quali, come è documentato, va attribuita la distruzione della Troia omerica. lnoltre, molti particolari delle descrizioni della Città d'Oro, che Platone avrebbe ricavato dall'ateniese Solone, il quale a sua volta le avrebbe apprese in un viaggio al santuario egizio di Sais, corrispondono alle ricostruzioni storiche e archeologiche di Troia: dalla posizione geografica, in prossimità di uno stretto marino e in un luogo esposto ai venti del nord, alle opere portuarie, con un bacino interno ! costruito utilizzando il corso modificato di due fiumi e protetto contro la violenza del mare da una soglia sulla quale le navi venivano fatte scivolare fino alla laguna ioterna, agli acquedotti e ai sistemi di irrigazione. Opere pubbliche descritte accuratamente da Platone che per secoli s'è pensato non fossero alla portata dei mezzi tecnici disponibili in età protostorica. Le scoperte archeologiche degli ultimi decenni, invece, hanno dimostrato che già nel secondo millennio a.C..si realizzavano strutture perfezionate come quelle del tempo dei romani e si fondeva già l' ottone, che sarebbe l'Orichalkos lavorato, sempre secondo il filosofo greco, nella città perduta. Gli scavi hanno indicato anche che ha un qualche fondamento l' altra «meraviglia» tramandata su Atlantide: l'esistenza di strade ed edifici coperti d' oro. In alcuni siti dell' Asia minore sono state ritrovate chiare tracce di polvere d’ oro mischiata alla sabbia utilizzata per le costruzioni e le pavimentazioni. Se i «missili-sonda» troveranno traccia di tutto ciò, gli 800 ricercatori avranno ottimi motivi per essere soddisfatti. E noi? L'idea che Atlantide sia esistita davvero, e che sappiamo pure dove, ci renderà più felici? Chissà.

 

 

 

Ubar: l’Atlantide del deserto

 

Ubar "dalle colonne alte" era ed è la più favolosa tra le città dell’antica Arabia preislamica, ricordata dal Corano (col nome di Iram) per la sua grandiosità e la superbia dei suoi abitanti. Per questo come Sodoma e Gomorra, fu distrutta da Dio e venne sepolta dalle sabbie, che ne cancellarono le tracce, così che divenne l’Atlantide del deserto.

Nel corso dei secoli, molti tentarono senza successo di riportarla alla luce, finché si cominciò a dubitare che fosse mai esistita. Poi negli anni ’80, Nicholas Clapp si imbatte nella sua leggenda: "La ricerca di Ubar aveva un sapore da Mille e una notte, era un groviglio di storie imbastite da studiosi e avventurieri. Ubar, ammesso che esistesse veramente, era ancora lì da scoprire, una città fantasma a cui si arrivava attraverso una strada che si perdeva nelle dune"

E’ così che inizia (con successo) la centenaria ricerca di Ubar da parte di Nicholas Clapp; curiosando tra antichi manoscritti dall’anno 1460, Clapp si accorse che un’ amanuense copiando la mappa Tolemaica, aveva confuso l’ 87° meridiano con il 78°!; ed infatti molti avevano cercato l’ Omanum Emporium in un punto dove non c’era altro che deserto.

Clapp poi, si rivolse alla NASA e con il suo massimo stupore, dopo aver spiegato la storia, venne subito accontentato.

Ubar secondo le leggende era stata distrutta o da un terremoto, o da un’ uragano o da Dio; ma a parte le differenze sulla fine della città, in tutte le leggende si trova il profeta Hud che accusa i suoi concittadini di non avere fede in Dio e prova a convertirli al monoteismo; perché se avessero continuato nella loro vita, Dio li avrebbe distrutti. E così avvenne. Visto che Hud predicava il monoteismo in una città dell’Arabia preislamica, alcuni scrittori ipotizzano che Hud fosse un ebreo. Ma l’importanza di quest’uomo è ancora viva tra la gente dello Yemen, tanto vero che una volta ogni anno si riuniscono presso la sua presunta tomba.

Tornando alla storia di Clapp, dopo aver ricevuto i dati dalla NASA, decise, insieme ad altre persone di provare una spedizione alla ricerca di Ubar. La prima spedizione avvenne senza successo nel 1990.

L’ anno seguente non fecero nulla a causa della "guerra del golfo"; e approfondendo gli studi, Clapp scoprì che Ubar era il più grabde centro per la raccolta e lo smistamento dell' olibano. Grazie all’ olibano era spiegata la ricchezza degli abitanti di Ubar; basti pensare che questo tipo di incenso era ricercatissimo in Grecia e a Roma per usi celebrativi e funerari e veniva considerato e pagato come fosse oro. L’ olibano cresceva sui vicini monti del Dhofar al confine del Rub’ al-Khali il deserto dell’Arabia. Ma allora, come poteva una città sopravvivere in uno dei deserti più estesi del mondo? La risposta stava nel fatto che Ubar sorgeva nel luogo in cui oggi sorge Shisur; infatti Clapp e la sua squadra si accorsero che le torri dell’odierna città di Shisur erano costruite sopra delle strutture più antiche. E scavando, portarono alla luce la città scomparsa di Ubar in cui si raccoglieva il miglior olibano di tutto il mondo antico. Inoltre scoprirono che la fine della città fu dovuta allo smottamento del terreno causato dal ritiro della falda acquifera. Sulla costa c’era inoltre la città di Ain Humran che era molto simile ad Ubar per costruzione; per questo è facile pensare che Ain Humran fosse un avamposto del popolo di ‘Ad sul mare, da cui veniva spedito l’incenso raccolto sui monti del Dhofar. Mentre da Ubar partivano e arrivavano migliaia di carovane che attraversavano il Rub’ al-Khali. Così finisce la leggenda di Ubar fondata nel 900 a.C. e distrutta nel 400 d.C .

 

 

Il continente perduto di "MU"

 

.La vicenda di Mu ebbe inizio con la scoperta di Khara Kota, città sepolta dalle sabbie del Deserto del Gobi ritrovata all’inizio del secolo dall’avventuriero russo Kolkov. Sotto le mura di questa città, l’esploratore asserì di averne ritrovato un’altra più antica, Uighur, capitale del regno dei mongoli delle steppe che portavano questo nome; il suo stemma era la lettera greca M (“Mu”) inscritta in un cerchio diviso in quattro settori. Sulla reale portata dei ritrovamenti di Kolkov vi sono giustificati dubbi, in quanto i pochi resti rinvenuti sul luogo da esploratori successivi non corrispondono affatto alle magnificenze da lui descritte; sta di fatto, comunque, che, secondo Churchward, Uighur era una semplice colonia di un vasto continente che egli battezzò, appunto, Mu. Esso occupava un territorio delimitato dalle attuali isole Fiji, dalle Marianne, dalle Haway e dall'ISOLA DI PASQUA; era abitato da sessantaquattro milioni di persone e estendeva il proprio dominio su tutto il mondo, ivi compresa ATLANTIDE. Era popolata da molte razze, su cui predominava quella bianca, e, dodicimila anni prima, era stato sommerso da un gigantesco maremoto, e finì inghiottito dalle acque del Pacifico. Una storia che, come si vede, non si discosta molto da quella di ATLANTIDE, anche se la sua origine è molto più recente. II CONTINENTE- PONTE. A ipotizzare l'esistenza di un altro continente perduto fu uno zoologo inglese del diciannovesimo secolo, Philip L.Slater, che aveva rilevato alcune analogie nell'evoluzione biologica e ambientale delle coste dell'Africa, dell'India e della Malesia. Esso avrebbe dovuto trovarsi nell'Oceano Indiano; Slater lo aveva battezzato “Lemuria” perchè, tra le specie animali comuni a questi tre territori, c'erano, appunto, le proscimmie chiamate lemuri. Non era una teoria del tutto campata in aria: ancor oggi i geologi chiamano con questo nome un continente o un subcontinente che potrebbe aver unito l'Africa all'Asia nel periodo Giurassico (da 180 a 130 milioni di anni fa). Non c'è da stupirsi se, nel romantico clima ottocentesco, l'ipotesi dell'esistenza di un’altra terra scomparsa incontrò subito grande successo. Nel 1888 Madame BLAVATSKY scrisse che Lemuria si trovava nel Pacifico, e vi aveva dimorato la terza delle sei razze che (almeno secondo lei) avevano popolato la terra; anche lei aveva appreso queste informazioni da una biblioteca segreta. Lo scozzese Lewis Spence riprese il discorso affermando che la razza dominante di Lemuria era quella bianca, secondo le teorie razziali in voga al momento; Churchward popolarizzò ulteriormente la vicenda e diede a Lemuria il nome definitivo di Mu.

 

 

Il Mistero sommerso...

 

Una costruzione a gradini. Forse risale a 10 mila anni fa. E se così fosse... Al largo della piccola isola giapponese di Yonaguni, a sud-ovest di Okinawa, si erge immersa. nel silenzio delle profondità marine una misteriosa e imponente struttura di pietra. La forma è rettangolare e ricorda quella delle ziggurat, le torri templari della Mesopotamia antica, costruite a gradini su larghe piattaforme, con un santuario in cima e una scalinata d'accesso esterna. La costruzione è lunga circa 200 metri e alta una trentina e si potrebbe far risalire a 8 mila anni a.C. Se così fosse, significherebbe che la più grande piramide di Egitto, quella di Cheope a Giza, è stata costruita 5 mila anni dopo e che in questa parte del mondo è esistita una civiltà sconosciuta agli archeologi. Ad avvistare quella singolare struttura, a oltre 22 metri di profondità, erano stati una decina di anni fa subacquei locali. Pensarono a un fenomeno naturale, una struttura creata dall'erosione del mare e dal tempo. Masaki Kimura, geologo all'università Ryukyu di Okinawa, è stato il primo a condurre ricerche sul posto e a stabilire che si trattava invece di una costruzione a cinque strati eseguita dall'uomo. «Se fosse opera della natura, dovrebbero esserci attorno i detriti prodotti dall'erosione, invece non ce n'è traccia. Anzi, lungo il perimetro della struttura sembra correre una strada che può essere stata aperta solo dall'uomo» ha detto Kimura al The Sunday Times. Nell'aprile del '98 Robert Schoch, geologo all'università di Boston, ha compiuto delle immersioni per farsi un'idea dell'enigmatica costruzione. «Scavatì nella roccia ci sono tanti gradini alti un metro. t impossibile che un'opera simile sia dovuta all'erosione dell'acqua e, tantomeno, ad assestamenti di rocce che rompendosi hanno creato una struttura così articolata, lineare e perfetta» afferma Schoch. Se ciò non bastasse, nella zona circostante i ricercatori hanno trovato delle miniziggurat, anch'esse con gradini, larghe dieci metri e alte due. «E' presto per dire chi abbia costruito la struttura più grande e perché. Potrebbe essere un tempio dedicato a un dio dell'antichità. In tal caso sarebbe la prova dell'esistenza di una inedita civiltà. E non esistono testimonianze di un popolo sufficientemente intelligente per costruire un simile monumento 10 mila anni fa» dice Kimura, «Una costruzione così prevede un popolo con un alto grado di tecnologia, che forse proveniva dal continente asiatico, culla delle più antiche forme di civilizzazione. L'ipotesi più verosimile è che si tratti di una struttura costruita su un terreno poi sommerso alla fine dell'ultima era glaciale. Ma le prime tracce di civiltà in Giappone risalgono al neolitico, circa 9 mila anni a.C,, e gli uomini primitivi di quell'epoca erano cacciatori-raccoglitori. Mancano reperti che provino la presenza a quel tempo di una cultura così evoluta da costruire una struttura simile a una ziggurat. Dal momento che il «templo» di Yonaguni somiglia ai monumenti più antichi del Sud America, forse ciò spiega perché i siti archeologici più antichi del Nuovo mondo siano in Cile e non nel Nord America. Jim Mower, archeologo all'University college di Londra, sostiene che se la struttura risale davvero a 10 mila anni fa ed è opera dell'uomo dovremo rivedere la storia della civiltà nel Sudest asiatico. «Coloro che hanno costruito il monumento possono essere messi sul medesimo piano con l'antica civiltà della Mesopotamia» dice Mower.

L'Arca perduta

 

Scolpita nell'oro, sormontata da due cherubini dalle ali tese si pensa contenesse le tavole dei comandamenti di Dio, il vaso d'oro con la Manna ed il bastone di Aronne. Secondo la tradizione l'Arca dell'Alleanza fu costruita per custodire le tavole divine, simbolo del popolo ebraico. Ma chi la possiede ora ? Secondo gli archeologi arbero e Anati, Mose' avrebbe custodito l'Arca durante l'Esodo per poi sostituire l'originale con una copia: l'Arca si troverebbe nelle viscere del monte Har Karkom insieme agli altri tesori del popolo ebraico. Altre ipotesi muovono dalle sacre scritture secondo le quali l'Arca sarebbe stata custodita nel Nerib, il luogo piu' riposto

e segreto del tempio di Gerusalemme. Da allora le sue tracce sembrano perdersi ma c'e' chi ritiene che la risposta si celi nel Secondo Libro delle Cronache dove e' scritto: "nell'anno quinto del regno di Roboamo (925 a.C.) Sesac, Re d'Egitto Soshenq I, della XIII Dinastia) marcio' contro Gerusalemme e porto' via i tesori del tempio del Signore. Porto' via ogni cosa, anche gli scudi d'oro lasciati da Salomone". Secondo altra corrente l'Arca si troverebbe in Palestina dove Gioas, Re d'Israele, avrebbe distrutto il Tempio di Gerusalemme, tra il 797 e il 767 a.C. per saccheggiarne le ricchezze. Il mistero persiste. Negli anni scorsi si e' appresa la notizia del suo presunto grande ritrovamento: nel volume "The Sign and the Seal", l'inglese Graham Hancock ha sostenuto che l'Arca, si troverebbe in Etiopia, in una cripta sotterranea custodita da una misteriosa confraternita. Nella nota festa sacra del Timkat che si svolge ad Axum, sembra che l'Arca venga portata in processione protetta da uno spesso drappo: secondo la leggenda i

portantini avrebbero riportato gravi ustioni dovute alla energia sprigionata dall'Arca.

 

 

Eldorado Pre-Inca

 

Un "Eldorado" risalente al periodo pre-incaico è sfuggito alle razzie dei feroci conquistadores spagnoli. E' questa la sensazionale scoperta di una spedizione di archeologi britannici, statunitensi e peruviani. La ricerca ha portato alla luce enormi quantità d'oro e tesori nascosti in due tombe che risalgono ad oltre mille anni fa. l resti farebbero parte di una città prelnca nel Perù settentrionale. Una delle due tombe è la più grande che sia mai stata scoperta nelle Americhe. Il ritrovamento può fornire importanti documenti per lo studio delle civiltà precolombiane. Secondo il quotidiano britannico "lndependent" gli studiosi, che con l'aiuto di sonde a ultrasuoni hanno già localizzato altre dodici tombe nella zona, sono convinti che la città - conosciuta dagli archeologi con il nome di Sican - nasconda centinaia di scheletri e migliaia di oggetti preziosi. Nella tomba più grande, formata da un pozzo profondo oltre 15 metri, sono stati rinvenuti i resti di 24 persone: un uomo, forse un principe, tra i 25 e 1 30 anni, e 23 donne tra i 20 e i 25. Si pensa che le donne siano state sacrificate per accompagnare il principe nell'al di là. Nella stessa tomba c'erano anche una bellissima corona d'oro e rame, una maschera in lega d'oro e con gli occhi d'ambra, un paio di guanti, sempre in lega d'oro, e una collana di pietre preziose a più fili. Nella tomba più piccola c'erano invece gli scheletri di un uomo, due donne e due bambini, molti chili d'oro e altri preziosi. L'intero complesso scoperto dagli archeologi comprende oltre alle tombe anche una piramide e una piattaforma, e si pensa fosse parte della capitale di uno stato pre-lnca che si estendeva fino a comprendere parte del Cile e della Colombia.

 

 

Macchu Picchu

 

Negli anni Trenta del millecinquecento i conquistadores agli ordini di Francisco Pizarro giunsero in Perù decisi ad impadronirsi di quella rieda di Nuovo Mondo che per le monarchie europee avrebbe dovuto rappresentare un autentico serbatoio di ricchezza. Il destino dei popoli che abitavano la regione era segnato per sempre, ma, in realtà, quando Pizarro mise piede in Perù l'antica potenza dell'impero Inca era già minata alle fondamenta dalla guerra civile che imperversava nella regione. I conquistadores non fecero altro che dare il colpo di grazia a una civiltà ormai decadente, e le truppe di Pizarro, meno numerose di quelle nemiche ma dotate di armi più micidiali e affiancate da un'efficiente cavalleria, seppero approfittare di quel momento di debolezza e di travaglio sconfiggendo uno dopo l'altro i sovrani delle regioni in cui era suddiviso l'impero. Uno di essi, chiamato Manco Capac, dopo la sconfitta abbandonò la capitale Cuzco e si inoltrò nelle Ande per fondare una nuova città, Vilcabamba, un luogo dove si dice che lui e i suoi successori regnarono indisturbati per i successivi trentasei anni. Vilcabamba divenne una leggenda e una vera ossessione per molti archeologi del nostro secolo. Tra questi Hiram Bingham, dell'Università di Yale, che coltivava il sogno di ritrovare quella città perduta. Cosi' nel 1911 organizzò una spedizione in Perù alla ricerca dell'ormai mitica Vilcabamba. Partì da Cuzco e percorse tutta la regione esplorando le rive del fiume Urubamba. Dopo molti giorni incontrò un contadino che si offri di accompagnarlo a visitare alcune rovine poste sulla cima di una montagna, che l'indigeno chiamava l'Antico Picco, Machu Picchu nella lingua locale. Dopo un avventuroso percorso attraverso la giungla, ponti sospesi e ripide salite lungo vertiginosi pendii, la spedizione arrivo' in cima a una collina dove alcune rovine facevano capolino dal folto della vegetazione. Giunto nei pressi di quella che oggi é conosciuta come la Tomba Reale, Bingham si rese conto di trovarsi di fronte a qualcosa di straordinario. Fu colpito in particolare dalle pareti di granito bianco e dall'accuratezza con cui erano realizzate le parti in muratura. Prodigi di architettura da mozzare il fiato. LA CITTADELLA SACRA . L'archeologo credette di aver finalmente trovato Vilcabamba e un anno dopo organizzò un'altra spedizione per ripulire i ruderi dalla secolare coltre di vegetazione che li ricopriva. Il mondo seppe così dell'esistenza di quella cittadella arroccata su uno sperone roccioso a 2300 metri d'altezza e a 450 metri a strapiombo sulle rive del fiume Urubamba. Machu Picchu: un luogo meraviglioso che però, contrariamente alle aspettative del suo scopritore, non era Vilcabamba. Quest'ultima infatti, secondo alcuni documenti spagnoli rinvenuti in seguito, si trovava nella direzione opposta rispetto a Cuzco e ancora oggi gli archeologi proseguono la loro diatriba sull'esatta collocazione della leggendaria città. La cittadella di Machu Picchu é uno dei più incredibili complessi urbanistici del mondo. Una portentosa opera di ingegneria civile realizzata in un ambiente tutt'altro che agevole. Gli edifici si sono conservati quasi tutti perfettamente, tanto che non ci si stupirebbe di veder camminare ancora oggi sulle gradinate e sui sentieri di pietra qualche sopravvissuto della civiltà Inca. Perché é quasi sicuro che la città, almeno da un punto di vista architettonico, é stata costruita proprio dagli incas. É però impossibile stabilire con precisione l'origine del complesso, che rimane tuttora avvolta dal più fitto mistero. In realtà, per quanto se ne può sapere, Machu Picchu non era una vera e propria città, almeno non nel senso in cui intendiamo oggi questo concetto. Era, molto probabilmente, un insieme di templi, osservatori e palazzi destinati ad accogliere l'élite degli incas, sacerdoti e uomini di potere. Una specie di città sacra che aveva anche una valenza strategica. Infatti, dominando la valle del fiume Urubamba, che era l'unica via per arrivare a Cuzco, Machu Picchu svolgeva anche un'importante funzione di avamposto. Oltre tutto era una vera e propria roccaforte, inaccessibile al nemico, data l'altezza e la conformazione a strapiombo della roccia su cui é costruita. Dal punto di vista urbanistico, Machu Picchu é divisa in due parti, da una scalinata di granito composta da oltre 150 gradini. Tale scalinata era il principale asse viario e collegava la Piazza Sacra al punto più alto dove é situato l'Inti-huatana, una pietra sacra dedicata a Inti, dio del sole. La rete viaria della cittadella era molto ripida e costituita prevalentemente da scalini, per superare pendenze altrimenti eccessive. L'architettura era perfettamente adeguata alla topografia del luogo. Eseguendo incredibili opere di terrazzamento, gli incas furono in grado di realizzare in uno spazio tutto sommato piccolo e angusto un'armonica successione di templi, santuari, piazze, quartieri residenziali, zone agricole e perfino un complicato sistema di bacini d'acqua. IL TEMPIO DEL SOLE . Nella città spiccano alcune costruzioni caratteristiche. Ad esempio Il Tempio del Sole (la prima costruzione scoperta da Bingham), un edificio privo di tetto posto nella parte sud-orientale del settore urbano, che cinge con un tratto di muro dalla forma semicircolare una roccia levigata usata per le funzioni religiose connesse con il culto del Sole. O il già citato Inti-huatana, il luogo dove é collocata una pietra dalla strana foggia, sormontata da una grossa colonna che permetteva agli incas di conoscere l'altezza del sole e di calcolare l'ora, le stagioni, i solstizi, gli equinozi basandosi sulla posizione e lunghezza dell'ombra proiettata. A ogni solstizio invernale in occasione della festa di Inti Raymi, il dio veniva simbolicamente legato al sole (da cui il nome della pietra) per assicurarne il ritorno l'estate seguente. Chi si reca oggi a Machu Picchu rimane profondamente impressionato dalla monumentalità delle opere in muratura. Come abbiamo accennato, gli incas non conoscevano l'uso della ruota e non possedevano nemmeno animali da tiro. Questo deve aver reso ancor più ardua una simile impresa. I muri degli edifici pesano parecchie tonnellate e le pietre sono incastrate in modo cosi' preciso che risulta difficile far passare nelle fessure che le dividono perfino la lama di un coltello. Questa precisione negli incastri é ancora più stupefacente se si pensa che la foggia delle pietre murali é molto particolare, con numerosi spigoli incastonati tra loro senza l'utilizzo della malta. Questa struttura ha consentito alle costruzioni di sopravvivere alle numerose scosse sismiche che periodicamente devastano la regione delle Ande. Ma come poterono gli incas scolpire e incidere il granito con simile precisione? Le ricerche degli archeologi non hanno portato alla luce utensili abbastanza resistenti da poter lavorare pietre così dure. Gli incas erano abilissimi a fondere e lavorare metalli teneri, ma gli storici concordano sul fatto che essi non giunsero mai a lavorare il ferro. Nonostante tutti questi limiti tecnologici, rimane il fatto che essi realizzarono un'opera architettonicamente stupefacente. Qualcuno ha proposto l'ipotesi che gli incas potessero attingere a giacimenti di ematite, materiale che però si usura facilmente e che comunque non é presente nella zona. Un'altra teoria, più fantasiosa e molto amata dai sostenitori dell'archeologia spaziale, presuppone l'impiego di una tecnologia laser, di origine extraterrestre, per incidere e rifinire i massi. Naturalmente mancano prove per sostenere una simile ipotesi e lo stesso discorso vale per la teoria esoterica che chiama in causa i presunti poteri occulti degli sciamani, che con i loro poteri sarebbero stati in grado di manipolare la materia facendole assumere la forma desiderata. Da notare è che la precisione con cui gli Incas tagliavano le pietre è stata rilevata anche in altre parti del mondo , persino in alcune città Egizie : Forse una esisteva (millenni fà) una civiltà evolutissima capace di tanto ? Una civiltà che scomparve ma i cui membri si sparsero in varie parti del mondo ? E se si , Mu era il nome di questa civiltà ?

BRONZO E PIETRA, NIENTE ORO. Bingham, lo scopritore di Machu Picchu, scopri' molti reperti nella cittadella; si trattava per lo più di oggetti in pietra, bronzo e ossidiana. Era