Dal Libro “Le profezie dei Maya”

 

Per quanto poté capire Cotterell, la critica fondamentale alle sue tesi era che i Maya non avevano a disposizione l’acetato per i trasparenti, quindi qualunque scoperta potesse aver fatto usando quel metodo non era valida. In apparenza questo era un argomento solido. Naturalmente i Maya non avevano copie dell’acetato della lista di Palenque con le quali giocherellare come aveva fatto lui, ma ne avevano davvero bisogno? Poteva esserci una un’altra spiegazione. Se ne avesse avuto il tempo, Cotterell avrebbe citato il Popol Vub, che diceva:

 

… e i re sapevano se vi sarebbe stata una guerra, e tutto era chiaro ai loro occhi; vedevano se vi sarebbe stata morte, e carestia, se vi sarebbe stato conflitto…

 

Per Cotterell, il Popol Vub era il libro del passato, del presente e del futuro. Conteneva anche un’allusione rivelatrice all’intelligenza superiore della quale erano dotati i padri fondatori:

 

… Essi vedevano,  e potevano vedere lontano all’istante, riuscivano a sapere tutto quello che vi era al mondo. Quando guardavano, vedevano subito tutto intorno a loro e contemplavano di volta in volta l’arco del cielo e il volto rotondo della terra. Le cose nascoste (in lontananza) le vedevano tutte, senza doversi muovere; subito vedevano il mondo… grande era la loro saggezza.

 

Per quanto concerneva Cotterell, i Maya non avevano affatto bisogno di trasparenti. Ne erano prova sufficiente i loro scritti e la loro sofisticata conoscenza dell’astrologia, dell’architettura e della scienza. Benché non si sapesse in che modo esattamente avessero acquisito le loro elevate facoltà di percezione dello spazio , era convinto di averne la prova davanti a sé, nelle immagini che aveva decodificato nella lastra. I Maya erano di sicuro molto più progrediti dei popoli confinanti, essendo quasi gli unici fra le tribù indigene del Nordamerica a possedere un linguaggio scritto. Loro soltanto facevano uso del calendario del Lungo Computo, che nella sua complessità superava di gran lunga quello degli aztechi, dei tolteci e di qualsiasi altra civiltà precolombiana. Costruivano le loro città e i loro templi con quel genere di gusto artistico che si associa a una cultura elevata, e a loro, o almeno ai loro avi, era largamente accreditata  la prima coltivazione di mais sotto forma di coltura stabile. Tutte queste realizzazioni notevoli indicavano un’intelligenza eccezionale, almeno fra i capi.

 

Pag. 108-109 Autore: Adrian G. (Gilbert) Maurice M. (Cotterell)

 

 

Il “teschio maledetto”

 

Una scoperta che a prima vista sembra priva di connessioni con quanto si è detto finora, e comunque eccezionale, fu compiuta nel 1927 in quello che allora si chiamava Honduras Britannico e ora è diventato Belize. Alcuni anni prima un celebre archeologo, il dottor Thomas Gann, docente di Archeologia del Centroamerica all’università di Liverpool, aveva annunciato la scoperta di un’antica città sul corso del Rio Grande, non lontano dal confine con il Guatemala. Si tratta di un sito estremamente singolare, poiché sembra di un’età anteriore ai maya e si ignora chi siano stati i fondatori. In un articolo publico sul London Illustrated News del 26 luglio 1924, Gann scrive:

 

Gli edifici consistono in piramidi a terrazze rivestite di grosse pietre, alle quali sono accostate a un lato ampie gradinate di pietra. La prima costruzione liberata dalla vegetazione e dal terriccio era una piramide tronca della lunghezza di 27,5 metri per 22,5 di lato, alta dieci metri… L’intera piramide era completamente riversa da blocchetti di arenaria e calcare tagliati con cura, alla faccia inferiore dei quali aderiva in molti casi uno strato di selce dello spessore di due centimetri. Per cementare questa pietre non è stato usato alcun tipo di malta o materiale simile…

Prima di allontanarci, battezzammo la città Lubaantun, che in lingua maya significa letteralmente “il luogo delle pietre cadute”. Questa città è diversa da tutte le altre città maya conosciute perché non vi sono palazzi e templi di pietra che sovrastino le grandi monoliti recanti iscrizioni con la data in cui furono eretti, che sono stati innalzati dai maya a intervalli di vent’anni, e più tardi di cinque anni, in tutta l’America centrale e lo Yucatàn.

 

Gann conclude così il suo articolo:

 

Le rovine del Rio (Lubaantun) costituiscono uno dei siti maya più antichi, che risale a un’epoca anteriore ai resti di qualsiasi altra città attualmente nota nell’America centrale.

 

Fu in questo luogo, ancor oggi difficilmente accessibile, che nel 1927 la figlia diciassettenne di un pittoresco personaggio chiamato F.A. Mitchell_Hedges scoprì un manufatto piuttosto sinistro: un teschio di cristallo assolutamente perfetto. Ora sappiamo che gli indios del Centroametica erano estremamente abili nel lavorare l’ossidiana, o vetro vulcanico; numerosi utensili, armi e oggetti rituali di ossidiana sono stati rinvenuti in tutto il Messico e nelle regioni occupate dai maya. Questo teschio è diverso, comunque, in quanto è fatto di cristallo di roccia ed è costruito con tanta abilità da avere persino le mascelle mobili. Eppure nessuno, che io sappia, è riuscito a formulare un’ipotesi plausibile sulla tecnica usata per realizzare il teschio in un’epoca in cui non erano in uso strumenti di ferro. Si calcola che ci sarebbero voluti centocinquanta anni di lavoro intenso per levigare il cristallo, duro quasi quanto un diamante, usando la sabbia come abrasivo. Resta comunque il fatto che il teschio esiste ed è stato realizzato o ai tempi della civiltà della città perduta di Lubaantun che, come si è detto, è cronologicamente anteriore a tutti gli altri resti maya, o addirittura prima. Ne ho dedotto quindi che, se i progenitori dei maya disponevano della tecnologia adatta per levigare il cristallo di roccia ricavandone forme arrotondate, è probabile che anche i loro discendenti la conoscessero. Pertanto non è inconcepibile che i maya fossero  in grado di costruire lenti convesse sufficienti se non altro a funzionare da lenti ustorie.

 

Quello che potremmo definire il “teschio maledetto” è di puro cristallo di roccia, e secondo gli scienziati ci saranno voluti più di cento cinquanta anni, generazioni e generazioni di individui al lavoro per tutti i giorni della loro vita, intenti a sfregare pazientemente con la sabbia un immenso blocco di cristallo di roccia fino a ricavarne finalmente un teschio perfetto.

E’ antico almento tremila e seicento anni secondo la leggenda era usato dal sommo sacerdote dei maya quando compiva riti esoterici. Si dice che quando il sacerdote evocava la morte con l’aiuto del teschio, questa arrivasse infallibilmente, e il teschio è stato descritto come l’incarnazione di ogni male. Non mi preme trovare spiegazioni a questo fenomeno.

 

Senza indugiare sulle presunte proprietà macabre di un simile teschio di cristallo, quello che mi interessava far notare è che l’autore cita una leggenda che le associa con i sacerdoti maya e i loro riti esoterici. Era possibile, pensai, che uno di tali riti fosse stato la cerimonia del nuovo fuoco? Senza metterne alla prova l’efficacia sotto questo aspetto è difficile affermare con un certo grado di attendibilità che avrebbe potuto svolgere quella funzione, ma il cranio arrotondato doveva avere senza dubbio delle proprietà simili a quelle delle lenti. In caso affermativo, credo che si sarebbe potuto usarlo per focalizzare i raggi del sole in modo da accadere un fuoco.

 

Pag. 166-167-168 Autore: Adrian G. (Gilbert) Mautrice M. (Cotterell)

 

 

 

 

Atlantide, il mito anteriore al diluvio

 

Come si è visto, uno dei temi ricorrenti dei numerosi libri che sono stati scritti sui maya  è la loro possibile connessione con la cosiddetta civiltà perduta di Atlantida. La sola idea di evocare questa connessione, popolare tra gli studiosi di discipline esoteriche, suscita risate e derisione da parte di che professa di sapere quasi tutto quello che c’è da sapere sull’archeologia dell’America centrale. Ma Atlantide si può davvero liquidare in modo sbrigativo definendola un mito, oppure dietro la leggenda c’è qualcosa di concreto? Spinto dalla sensazione che poteva essere così, mi accinsi a riprendere in esame le prove con occhi nuovi.

La prima notizia scritta che abbiamo di Atlantide risale a Platone, che in due dei suoi ultimi dialoghi, Crizia e  Timeo, fornisce una sintesi della storia. Secondo quanto afferma nel Timeo, riporta ciò che fu narrato a Solone, il grande legislatore di Atene, quando fece visita a Sais in Egitto. Crizia, uno dei personaggi di Platone, riferisce la storia a Socrate così come gli è stata tramandata dal nonno, chiamato anch’egli Crizia. Con parole che rammentano da vicino la convinzione dei maya che la Terra subisca catastrofi periodiche, un sacerdote egiziano spiega a Solone che essi conoscono la storia del mondo ben oltre quelle dei greci:

 

Voi [gli ateniesi] in primo luogo vi ricordate di un solo diluvio terrestre, mentre prima ce n’erano stati già molti, e in oltre non sapete che la razza umana più bella e migliore visse proprio tra voi, nella vostra terre, e da essa discendete tu e tutta la vostra cittadinanza attuale, essendone rimasto allora il piccolo seme; ma tutto questo vi sfugge perché per molte generazioni i sopravvissuti sono morti senza ever conosciuto la scrittura.

 

Stando al racconto di Platone, un tempo esisteva una grande isola continentale al centro di quello che ora è l’oceano Atlantico, e furono i greci di Atene a impedire l’invasione dell’Europa e dell’Asia da parte della popolazione dell’isola.

 

Dicono infatti i nostri testi che la vostra civiltà [Atene] arrestò un enorme esercito, che prepotenza stava avanzando contro tutta l’Europa e l’Asia insieme, proveniente da fuori, dal mare Atlantico; allora infatti quel mare era navigabile, perché c’era un’isola di fronte allo stretto chiamato, come dite voi, Colonne d’Eracle. Quell’isola era più grande della Libia e dell’Asia messe insieme; e da essa i naviganti di quel tempo potevano passare sulle altre isole, e da esse su tutto il continente opposto, intorno a quello che allora era un vero e proprio mare.

 

Quello che stupisce davvero in questo racconto, scritto intorno al 350 avanti Cristo, è che non solo rappresenta la prima fonte scritta sull’esistenza di Atlantide, ma rivela che almeno gli egiziani conoscevano il continente americano. Afferma infatti in modo categorico che esiste tutto un continente opposto intorno a quello che allora era vero e proprio mare. Anche ammesso che si voglia negare l’esistenza del continente scomparso di Atlantide, questa testimonianza offre un voglioso sostegno alla tesi di contatti precolombiani fra Vecchio e Nuovo Mondo: in quale altro modo gli egiziani avrebbero potuto apprendere che esisteva un altro continente sulla sponda opposta dell’Atlantico? Il racconto di Platone continua:

 

In quest’isola di Atlantide si era formata una grande e straordinaria monarchia, che dominava tutta l’isola e anche molte altre isole e regioni del continente; inoltre governava, da questa parte dello stretto, la Libia fino all’Egitto e l’Europa fino alla Tirrenia [Toscana].

 

Si direbbe quindi che Attende fosse una grande potenza navale che dominava non solo l’Europa occidentale, ma anche parte del continente al quale si accennava poco prima, vale a dire l’America. Non basta; si direbbe che l’impero di Atlantide intendesse espandersi ancor più a oriente per assumere il controllo anche dei paesi del Mediterraneo orientale, compresi Grecia ed Egitto. Si costruì un’alleanza per sconfiggere gli invasori e liberare dal loro gioco gli abitanti delle coste del Mediterraneo, a est e a ovest. Platone aggiunge poi:

 

Ma in seguito si verificarono immensi terremoti e cataclismi, al sopraggiungere di un sol giorno e di una sola notte terribili, in cui il vostro esercito [ateniese] fu inghiottito tutto quanto dalla terra, e anche l’isola di Atlantide s’inabissò nel mare e sparì; ecco perché anche ora, quel mare risulta ormai inaccessibile e inesplorabile, essendoci l’ostacolo dal fango dei bassifondi che l’isola depositò inabissandosi.

 

L’altro resoconto del mito in Platone, nel Crizia, riferisce che sono trascorsi novemila anni dalla dichiarazione di guerra fra coloro che vivevano all’esterno e tutti coloro che vivevano all’interno delle Colonne d’Ercole. Non sappiamo quanto tempo sia durata la guerra, ma è chiaramente sottinteso che era cominciata prima che gli abitanti di Atlantide assumessero il controllo della Libia e dell’Europa fino alla Toscana. Dal momento che il dialogo di Platone è stato scritto intorno al 350 a.C., per lo scoppio di questa guerra occorre calcolare una data intorno al 9500 a.C. E’ davvero una data incredibile, molte migliaia di anni prima dell’inizio  riconosciuto della storia greca o egiziana, e in un’epoca in cui l’Europa cominciava appena a emergere dall’ultima era glaciale.

Accettare il resoconto di Platone per il suo lavoro letterale pone al ricercatore problemi enormi e in apparenza insormontabili, perché lascia troppi interrogativi in sospeso. Se davvero è esistita un’isola continentale come la Libia e Asia (probabilmente intesa come Asia minore ovvero la Turchia) che è sprofondata tra le onde , come mai oggi non ve ne sono tracce? Non solo, ma secondo Platone gli egiziani del suo tempo possedevano ancora registrazioni scritte degli eventi che si erano verificati nel loro paese a quell’epoca. Eppure l’egittologia moderna ci informa che la civiltà egiziana a tutti gli effetti cominciò intorno al 3100 a.C., con la prima dinastia. Secondo i testi moderni, all’epoca indicata da Platone gli egiziani erano nomadi del paleolitico che trascorrevano il tempo dando la caccia ai leoni, capre, coccodrilli e ippopotami, e non erano ancora riusciti ad addomesticare gli animali. E’ possibile che un popolo del genere tenesse degli annali relativi a una guerra mondiale delle proporzioni di quella descritta da Platone?

E’ questa la dicotomia in cui ci troviamo allo stato attuale. Da un lato Platone, grande filosofo e discepolo di Socrate, il quale racconta una storia che include informazioni importanti che non avrebbe doluto conoscere (vale a dire l’esistenza del continente americano dalla parte opposta dell’Atlantico); e dall’altro le prove della scienza moderna, che dichiarava fallace il mito di Atlantide. Esiste una via per uscire da questa impasse? E quali ripercussioni può avere, in caso affermativo, sulla nostra conoscenza delle civiltà maya in America? Queste sono le domande che ora richiedono una risposta.

 

Pag. 196-197-198-199 Autore: Adrian G. (Gilbert) Mautrice M. (Cotterell)

 

 

Il continente perduto e i suoi archivi

 

Come abbiamo visto, la storia della presenza degli abitanti di Atlantide in Egitto non è nuova, ma i dati di Cayce vi aggiungono un risvolto inedito. A prestar fede alle parole che pronunciò nel sonno, l’epoca in cui Atlantide fu sommersa dalle acque (secondo i suoi calcoli al 10.600 a.C.) fu un periodo turbolento per tutto il mondo abitato. L’Egitto, data la sua posizione geografica, era uno dei pochi luoghi sicuri del mondo e perciò fu invaso non solo dagli abitanti di Atlantide che provenivano dall’occidente, ma anche da altre popolazioni giunte da oriente. Questi nuovi venuti erano bianchi caucasici provenienti dalla regione del monte Ararat, che ora appartiene alla Turchia orientale. Poiché a quel tempo gli abitanti autoctoni della valle del Nilo erano negri e gli abitanti di atlantide per lo più rossi, l’Egitto divenne una sorta di crogiuolo razziale. Fra queste stirpi diverse, gli abitanti di Atlantide erano ovviamente i più evoluti in senso culturale e avevano portato con sé una parte della loro tecnologia, compresa la capacità di sollevare grossi massi di pietra e di costruire piramidi. Invece gli invasori di origine orientale predominavano, secondo Cayce, sul piano militare e furono loro, sotto il re Osiride, a governare il paese. Da quella strana mescolanza sarebbe nata una nuova civiltà, con una nuova religione: un amalgama dell’antico animiamo dei negri, che erano la popolazione indigena, della religione di Atlantide e di quella di Osiride e dei suoi seguaci.

Parte di questa vicenda è stata tramata nel racconto biblico del diluvio, sia pure in modo un po’ confuso. Se Mosè, il presunto autore della Genesi, era nato e cresciuto in Egitto e vi era stato educativo, appare probabile che quella da lui accreditata fosse la versione egiziana della leggenda del diluvio universale. Nella Genesi si narra che l’arca di Noè si arenò sul monte Ararat e che egli ebbe tre figli, Sem, Cam e Jafet, i progenitori delle tre razze. Se identifichiamo Noè con Osiride, secondo Cayce un immigrato che proveniva dalla regione del monte Ararat, i suoi “figli” biblici corrispondono alle tre razze dell’Egitto: gli abitanti di Atlantide, dalla pelle rossa, i bianchi dell’Ararat e i negri Egiziani. Questo coincide con il racconto di Cayce, secondo il quale Osiride era il sovrano di un regno unito e multinazionale.

Questo, comunque, non è tutto quello che il “profeta dormiente” aveva da dire in merito ad Atlantide. In numerose letture egli affermò che i superstiti del continente perduto avevano portato con sé dei resoconti della loro storia precedente. Questi, a suo dire, erano stati sepolti con cura in una camera segreta non lontano dalla grande Sfinge che vigila sulle piramidi di Giza. Un’altra serie di queste registrazioni d’archivio sarebbe stata  presa in consegna da altri sopravvissuti al cataclisma, per essere sepolta nella regione dello Yucatàn in Messico. Cayce sosteneva che prima della catastrofe di Atlantide un sacerdote di nome Iltar aveva lasciato Poseidia (l’isola principale) insieme con un gruppo di seguaci che appartenevano alla casa reale di Atlan per dirigersi a ovest, raggiungendo lo Yucatàn:

 

Poi, lasciando la civiltà di Atlantide (più esattamente di Poseidia), Iltar, insieme a un gruppo di compagni che discendevano dalla casa di Atland, seguaci del culto dell’ONU, con circa dieci individui abbandonò l’isola di Poseidia e si diresse a occidente, raggiungendo quella che ora sarebbe una parte dello Yucatàn. E là cominciò, con l’attività dei piccoli che vi abitavano, lo sviluppo di una civiltà che divenne grande come lo era stata nella terra di Atlantide…

… I primi templi eretti de Iltar e dai suoi seguaci andarono distrutti nel periodo del cambiamento fisico nei contorni della terra. Ciò che ora è stato trovato, insieme con una parte già rinvenuta e rimasta ignorata per molti secoli, era allora un amalgama di popoli provenienti da Mu, Oz e Atlantide.

 

Questo è lo scenario più vicino a quello di un “san Patrizio” che sono riuscito a trovare, e mi sembra plausibile identificare Iltar (per usare il suo nome atlanteo) il grande profeta che i maya in seguito venerarono sotto il nome del saggio Zamma. Secondo Cayce, oltre all’archivio sepolto presso la Sfinge in Egitto ne esistevano un altro, portato da Iltar nello Yucatàn, e un terzo ancora nascosto nel cuore stesso di Atlantide. Se solo potessimo metter le mani su quegli archivi, forse conosceremo con certezza la verità sulle origini della civiltà dei maya e sul modo in cui acquisirono la loro profonda conoscenza dei cicli delle macchie solari.

 

Pag. 207-208-209 Autore: Adrian G. (Gilbert) Mautrice M. (Cotterell)    

  

 

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